Tifidentità: quando il tifo diventa il tuo io

Tifidentità: quando il tifo diventa il tuo io

1) Quel curioso «abbiamo vinto».

Una squadra entra in campo, corre, sbaglia, segna e vince. Tu hai guardato la partita dal divano, eppure alla fine dici: «Abbiamo vinto». Non è un errore di grammatica. Quel pronome racconta qualcosa di molto umano: attraverso l’appartenenza possiamo vivere come nostre le imprese di persone che forse non abbiamo mai incontrato.

Il tifo può essere una splendida esperienza. Crea rituali condivisi, attraversa le generazioni, offre occasioni per incontrarsi e fa sperimentare la gioia di appartenere a qualcosa di più grande del singolo. Una sciarpa ricevuta da un nonno può custodire affetto e memoria; andare allo stadio con un figlio può diventare un pezzo prezioso della storia familiare.

Il problema non è amare una squadra. Comincia quando il confine fra te e la squadra si assottiglia tanto che il suo risultato stabilisce il tuo valore, la sua gloria diventa il tuo merito e la sua sconfitta viene percepita come un’offesa personale. A quel punto non stai più soltanto partecipando a un gioco: hai affidato a un soggetto esterno un frammento della tua identità.

2) La «tifidentità» secondo Ciro Barberio.

Ciro Barberio chiama «tifidentità» la fusione psicologica con una squadra, una nazione o un personaggio pubblico, fino a vivere le sue vittorie e le sue sconfitte come proprie. È una parola efficace, capace di rendere visibile una dinamica comune, ma va usata correttamente: non è il nome di una diagnosi clinica né una categoria scientifica riconosciuta.

Il termine unisce il tifo all’identità. Suggerisce che lo stesso meccanismo può uscire dallo stadio e presentarsi in politica, nei nazionalismi, attorno a una celebrità o dentro un movimento ideologico. Non significa che sport, patria, impegno politico e ammirazione siano equivalenti o patologici. Significa piuttosto che ogni appartenenza può diventare totalizzante quando non è più una parte della persona, ma pretende di definirla interamente.

La domanda decisiva è semplice: sostieni qualcosa in cui credi oppure ne hai bisogno per sapere chi sei? Nel primo caso l’appartenenza arricchisce la vita; nel secondo rischia di sostituirla.

3) La gloria riflessa.

La psicologia sociale ha osservato da tempo la nostra tendenza ad avvicinarci a chi vince. Nel 1976 Robert Cialdini e altri ricercatori descrissero il fenomeno del basking in reflected glory, cioè il crogiolarsi nella gloria riflessa. Dopo una vittoria della squadra universitaria, gli studenti indossavano più spesso abiti che richiamavano il proprio ateneo e tendevano maggiormente a dire «noi» raccontando il risultato. Puoi leggere lo studio originale sulla gloria riflessa.

Non avevano segnato alcun punto, eppure la vicinanza simbolica ai vincitori contribuiva alla loro presentazione di sé. È il fascino del successo preso in prestito: se il gruppo al quale appartengo trionfa, una parte della sua luce sembra cadere anche su di me.

Questo movimento non è necessariamente disonesto. Gli esseri umani costruiscono davvero una parte di sé attraverso le relazioni e i gruppi. Il rischio nasce quando la gloria riflessa serve a colmare stabilmente una mancanza di valore personale. Allora diventa indispensabile che la squadra vinca, che il leader abbia ragione e che il personaggio ammirato non deluda mai. Non stai più difendendo soltanto loro: stai difendendo l’immagine di te che hai depositato in loro.

4) Il lato buono dell’appartenenza.

Sarebbe sbagliato concludere che ogni identificazione sia pericolosa. Un gruppo può offrire compagnia, linguaggio comune, sostegno e continuità. Uno studio sugli appassionati sportivi anziani ha collegato l’identificazione con una squadra e la partecipazione alle partite alla percezione di sostegno emotivo, al senso di appartenenza e al benessere soggettivo.

Il tifo sano allarga la vita. Ti dà una ragione per telefonare a un amico, uscire di casa, condividere un’attesa e incontrare persone diverse. Può insegnare ad accettare l’imprevedibilità, perché nessuna partita è già vinta. Può persino educare alla lealtà: resto vicino alla mia squadra anche quando perde, senza pretendere che mi ripaghi con un successo continuo.

Il criterio non è dunque quanto intensamente partecipi, ma che cosa accade alla tua libertà. Dopo una sconfitta riesci a essere deluso senza sentirti annientato? Puoi riconoscere un errore della tua parte? Riesci a rispettare chi sostiene l’avversario? Se sì, l’appartenenza possiede ancora confini. Se no, la maglia sta forse indossando te.

5) Quando il gruppo entra nell’io.

La letteratura scientifica parla di identity fusion, fusione identitaria, per indicare un sentimento viscerale di unità tra il sé personale e un gruppo. Non è semplicemente sentirsi membri di una comunità: è percepire che «io» e «noi» siano profondamente intrecciati. Una rassegna sull’identità fusa sottolinea che questa condizione può sostenere sia sacrifici e aiuti a favore del gruppo sia, in alcuni contesti, condotte estreme.

Questo evita due semplificazioni. La prima è pensare che un legame forte conduca automaticamente alla violenza: non è vero. La fusione può alimentare solidarietà e comportamento prosociale. La seconda è considerare sempre innocuo un legame soltanto perché nasce da una passione condivisa: anche questo è falso. Molto dipende dalle norme del gruppo, dalle minacce percepite e dal modo in cui vengono rappresentati gli altri.

Non basta quindi misurare il calore dell’appartenenza. Occorre domandarsi verso che cosa quel calore viene diretto. Una comunità matura insegna ad amare i propri colori senza disumanizzare quelli altrui; una comunità fragile ha bisogno di nemici per sentirsi unita.

6) Perché la sconfitta cerca un colpevole.

Se la squadra perde una partita, ha perso una partita. Se però la squadra sostiene la tua identità, la sconfitta sembra dire qualcosa anche su di te. Da qui può nascere il bisogno di espellere il dolore attribuendolo a un arbitro corrotto, a un giocatore traditore, all’avversario sleale o a chi, intorno a te, osa festeggiare.

La rabbia difende spesso un confine. Quando il confine del gruppo coincide con quello dell’io, una critica alla squadra può essere sentita come un attacco personale. La discussione smette di riguardare un rigore, una scelta tecnica o un programma politico: diventa un processo per stabilire chi appartiene ai buoni e chi ai cattivi.

Anche qui serve prudenza. La grande maggioranza dei tifosi non commette violenze. Una ricerca svolta tra tifosi di calcio in Australia e Indonesia ha trovato comportamenti antisociali molto più frequenti nei gruppi estremi rispetto ai sostenitori comuni, mentre la fusione identitaria contribuiva a prevederli soprattutto insieme all’appartenenza a quei gruppi. Il punto non è accusare il tifo, ma riconoscere quando norme, contesto e identità si combinano in modo pericoloso.

7) Dallo stadio alla politica e ai personaggi pubblici.

La tifidentità diventa particolarmente chiara quando trasferiamo il linguaggio sportivo fuori dallo sport. Parliamo di schieramenti, campioni, traditori, vittorie e sconfitte anche a proposito di questioni che richiederebbero studio, sfumature e revisione delle proprie idee.

Se mi fondo con un leader, ammettere un suo errore diventa doloroso perché sembra equivalere ad ammettere di essere io stesso sbagliato. Se la mia nazione deve essere perfetta per farmi sentire degno, confonderò l’amore per la patria con il rifiuto di guardarne le ombre. Se un personaggio pubblico diventa il depositario delle mie speranze, ogni critica apparirà come un’aggressione e ogni prova contraria come un complotto.

La realtà, intanto, viene ridotta a due maglie. Tutto ciò che fa la mia parte è giustificato; tutto ciò che fa l’altra è sospetto. È lo stesso impoverimento che può produrre una bolla informativa: non cerco più di capire, ma soltanto conferme che mantengano intatta la mia appartenenza.

Essere liberi non significa non avere ideali. Significa poterli servire senza trasformare una persona, un partito o una comunità nell’intera misura del bene e del male.

8) L’idolo chiede ciò che il simbolo non chiede.

Dal punto di vista spirituale, il problema comincia quando un bene limitato viene caricato di un peso assoluto. La Bibbia apre il Decalogo con il divieto di avere altri dèi (Esodo 20,3). Non parla soltanto di statue: ci ricorda che nulla di finito può sostenere senza deformarsi la totalità della nostra speranza e del nostro valore.

Paolo scrive: «Nessuno ponga il suo vanto negli uomini» e subito aggiunge che ogni cosa appartiene ai credenti, i credenti a Cristo e Cristo a Dio (1 Corinzi 3,21-23). È un rovesciamento liberante. Non devi diventare proprietà del campione, del capo o della squadra per partecipare a ciò che essi rappresentano. Puoi apprezzare, sostenere e persino amare senza adorare.

L’idolo pretende sacrifici umani: il rispetto per l’avversario, l’onestà intellettuale, la pace familiare, talvolta perfino l’incolumità. Il simbolo sano, invece, rimanda a qualcosa senza imprigionarti. Una maglia può ricordarti casa, amicizia e passione; non deve decidere chi merita il tuo disprezzo.

9) Come capire se il tifo ti sta indossando.

Puoi osservarti senza giudicarti. Non serve vergognarsi del coinvolgimento: serve riconoscere se è rimasto una scelta. Alcuni segnali meritano attenzione:

  • il tuo umore e il tuo senso di valore dipendono per molto tempo dal risultato della squadra;
  • vivi una critica al gruppo o al personaggio amato come un’offesa rivolta direttamente a te;
  • giustifichi nella tua parte comportamenti che condanneresti negli avversari;
  • hai bisogno di umiliare, insultare o disumanizzare l’altro per godere della vittoria;
  • trascuri relazioni, doveri o salute pur di proteggere l’appartenenza;
  • non riesci più a dire «hanno sbagliato» senza sentire che quella frase ti rende sleale;
  • quando il campionato, la campagna elettorale o lo spettacolo finiscono, avverti un vuoto che non sai abitare.

Nessun singolo segnale basta a definire un problema. Conta la rigidità: quanta libertà ti rimane di dissentire, fermarti, cambiare canale, congratularti con l’avversario e tornare alla tua vita?

10) Tifare senza scomparire.

Non occorre diventare indifferenti. La soluzione non è guardare la partita senza emozionarsi, smettere di cantare o fingere che vincere e perdere siano uguali. La libertà consiste nel partecipare intensamente senza confondere il gioco con il proprio valore.

Puoi allenarla con gesti concreti:

  • dopo la partita, descrivi prima i fatti e soltanto dopo le tue interpretazioni;
  • prova a dire «la mia squadra ha vinto» invece di «abbiamo vinto» e nota che cosa cambia dentro di te;
  • riconosci apertamente almeno una qualità dell’avversario;
  • applica alla tua parte gli stessi criteri morali che applichi all’altra;
  • mantieni relazioni, interessi e luoghi nei quali la tua appartenenza sportiva o politica non conta;
  • se la rabbia sale, interrompi la discussione prima di trasformare una persona in un bersaglio;
  • domanda a te stesso: «Chi sono io quando la mia squadra non gioca?».

Quest’ultima domanda vale più di molte regole. Se non trovi una risposta, non significa che tu sia vuoto: forse hai semplicemente affidato troppo a lungo agli altri il compito di raccontarti. Può essere il momento di recuperare una storia più ampia, come ho spiegato in La vita che raccontiamo diventa ciò che siamo.

11) Uno spazio per tornare persona.

Quando l’identità si irrigidisce in una maglia, discuterne frontalmente serve poco. Ogni argomento contrario viene vissuto come una minaccia. Prima delle opinioni occorre ritrovare la persona: i suoi bisogni di appartenenza, riconoscimento, sicurezza, significato e relazione.

Il counseling può offrire uno spazio nel quale esplorare questi bisogni senza deridere la passione e senza alimentarne gli eccessi. Non si tratta di convincerti a cambiare squadra o idea politica. Si tratta di aiutarti a distinguere ciò che ami da ciò che sei, affinché una sconfitta non diventi una sentenza e un dissenso non diventi un nemico.

In fondo, ogni identità matura contiene più di un’appartenenza e non coincide interamente con nessuna. Sei le tue relazioni, la tua storia, le scelte che compi quando nessuno applaude, le fragilità che impari ad accogliere e la capacità di continuare a cambiare. Puoi sostenere una squadra senza scomparire dentro i suoi colori. Puoi pronunciare «noi» senza perdere l’«io».

12) Per approfondire.

Per conoscere il pensiero di Ciro Barberio su contraddizioni, categorie rigide e complessità, puoi partire dal suo libro indicato qui sotto. Non sto affermando che il volume contenga necessariamente il testo sulla tifidentità: lo segnalo perché affronta temi vicini alla riflessione proposta in questo articolo. Il collegamento è affiliato Amazon: se acquisti attraverso di esso, potrei ricevere una piccola commissione senza alcun costo aggiuntivo per te.

13) Passa all’azione.

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