Demolisci i muri che ti separano da te stesso
1) Il muro più vicino è quello che non vediamo.
«Demolisci i muri che ti separano da te stesso» e «Distruggi il burattino costruito intorno alla tua coscienza»: sono due immagini potenti di Alejandro Jodorowsky. Provengono dalla meditazione 17, intitolata Niente di più, raccolta in All’ombra dell’I Ching, nella traduzione italiana di Michela Finassi Parolo.
Non sono frasi comode. Parlano di demolizione e distruzione, dunque di un gesto radicale. Ma il loro bersaglio non è la tua storia, non sono le persone che ami e non è il mondo nel quale vivi. Il bersaglio è tutto ciò che, depositandosi intorno alla coscienza, finisce per sostituirsi ad essa: etichette, ruoli, paure, aspettative, giudizi ricevuti e ripetuti così a lungo da sembrarti la tua voce.
Il muro più difficile da abbattere non è quello che incontri davanti a te. È quello che hai imparato a chiamare «io».
2) Le definizioni servono, ma non devono comandare.
Hai un nome, un’età, una professione, una famiglia, una lingua, una nazionalità. Sei figlio o figlia, genitore, compagno, amica, credente o non credente. Queste parole consentono di orientarsi e raccontarsi; non sono nemiche. Il problema comincia quando una descrizione diventa una sentenza.
«Ho cinquant’anni» è un fatto. «Alla mia età è troppo tardi» è un verdetto. «Sono cresciuto in una famiglia prudente» racconta una provenienza. «Non posso rischiare, perché noi siamo fatti così» trasforma la provenienza in un confine. «Ho sbagliato» riconosce un evento. «Sono sbagliato» costruisce una cella.
Un’identità sana possiede una forma, ma anche porte e finestre. Ti dà continuità senza proibirti il cambiamento. Su Terre dell’anima abbiamo già osservato che identità e cambiamento non sono contrari: spesso è proprio cambiando che diventi più fedele a ciò che sei.
3) Il burattino non è una falsità completa.
Il burattino evocato da Jodorowsky è costruito intorno alla coscienza. È un’immagine precisa: qualcosa si muove al posto tuo, mentre i fili restano poco visibili. I fili possono essere il bisogno di approvazione, la paura di deludere, il prestigio, il dovere di apparire forte, buono, efficiente o spirituale.
Eppure sarebbe troppo facile dichiarare falso ogni ruolo. Nel lavoro devi rispettare forme e responsabilità; in famiglia devi tenere conto degli altri; nella vita sociale non puoi esprimere ogni impulso. La persona pubblica non è necessariamente una menzogna. Diventa una prigione quando non sai più deporla e quando il consenso degli altri decide chi puoi essere.
La domanda utile, allora, non è: «Quale parte di me devo cancellare?». È: «Quali fili posso finalmente riconoscere e scegliere di non seguire?».
4) Il volto ereditato dagli antenati.
Riceviamo molto prima di poter scegliere. Una famiglia ci consegna gesti, silenzi, convinzioni sul denaro, sull’amore, sul corpo, sul successo e sul dolore. A volte ereditiamo anche incarichi invisibili: non superare tuo padre, proteggi sempre tua madre, non essere più felice di chi ti ha preceduto, non mostrare fragilità, salva tutti.
Riconoscere questi copioni non significa accusare gli antenati. Anche loro hanno trasmesso ciò che avevano ricevuto e, spesso, ciò che era servito a sopravvivere. Onorare una storia non obbliga a ripeterla. Puoi ringraziare una strategia per averti protetto e, nello stesso tempo, ammettere che oggi ti impedisce di vivere.
È il senso più profondo della capacità di resettare: non cancellare la memoria, ma evitare che il passato continui a premere automaticamente gli stessi tasti.
5) Le storture dell’apparire.
Viviamo esposti allo sguardo altrui. Non soltanto sui social: anche in una stanza senza telefoni possiamo cercare di interpretare la persona che immaginiamo sarà approvata. Ci osserviamo mentre viviamo, correggiamo la posa, anticipiamo il giudizio, costruiamo una versione presentabile di noi stessi. Poco alla volta rischiamo di abitare la vetrina invece della casa.
L’apparire non è il male. Vestirsi, comunicare, scegliere un tono e curare la propria presenza fanno parte della relazione. La stortura nasce quando il valore personale dipende interamente dalla reazione del pubblico. Allora ogni dissenso sembra una minaccia all’esistenza e ogni errore diventa una crepa da nascondere.
Se la tua vita è sempre una rappresentazione, anche l’applauso stanca: per riceverne ancora devi continuare a recitare.
6) L’età è una coordinata, non una condanna.
Fra i muri più solidi c’è il tempo trasformato in identità. Possiamo sentirci troppo giovani per essere ascoltati, troppo vecchi per ricominciare, in ritardo rispetto agli amici, fuori tempo rispetto alle attese familiari. Il calendario, da strumento, diventa un tribunale.
Non si tratta di negare il corpo, le stagioni della vita o i limiti reali. La libertà non nasce fingendo di avere un’altra età. Nasce distinguendo il limite concreto dalla profezia automatica. Forse una strada è davvero chiusa; non ne consegue che lo siano tutte. Forse non puoi recuperare il passato; puoi però smettere di sacrificargli il presente.
7) Le radici non sono sbarre.
Lingua, luogo di nascita e cultura possono rinchiudere una persona quando vengono imposti come destini assoluti. Possono però anche nutrirla. La ricerca sulla chiarezza dell’identità culturale ha trovato associazioni positive con chiarezza del concetto di sé, autostima e benessere soggettivo in diversi campioni: le appartenenze, dunque, non sono soltanto ostacoli, ma possono offrire continuità e significato. Lo mostra uno studio pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology.
Liberarti non richiede di diventare senza patria, senza lingua o senza legami. Richiede di poter dire: «Questa è una parte della mia storia, non l’intera misura del mio essere». Una radice alimenta l’albero; una catena gli impedisce di muoversi. La differenza non sta sempre nell’oggetto, ma nel rapporto che hai con esso.
8) Quando adattarsi significa amputarsi.
Per appartenere, talvolta hai nascosto le tue peculiarità. Hai smesso di fare domande, ridotto la sensibilità, trattenuto la creatività, mascherato il desiderio o imparato a ridere di ciò che ti feriva. Da bambino l’adattamento può essere stato intelligente e necessario. Da adulto può continuare anche quando il pericolo non esiste più.
Non tutto ciò che hai represso deve essere espresso senza misura. Ritrovare una parte di te non significa consegnarle il volante. Significa ascoltarla, comprenderne la funzione e integrarla nella vita cosciente. L’autenticità non è dire e fare qualunque cosa; è ridurre la distanza fra ciò che senti, ciò che riconosci come valore e ciò che scegli responsabilmente.
9) Vivere intorno a se stessi.
Si può organizzare un’esistenza impeccabile e rimanerne assenti. Si svolgono compiti, si rispondono messaggi, si raggiungono risultati; nel frattempo non si sa più che cosa dia gioia, dolore o senso. Si gira intorno al proprio centro occupandosi di tutto ciò che lo circonda.
Anche la vita che raccontiamo diventa ciò che siamo. Se ripeti «io sono quello affidabile», potresti non concederti mai di chiedere aiuto. Se dici «io sono quella forte», potresti interpretare ogni bisogno come una colpa. Una qualità autentica, irrigidendosi, diventa una maschera.
Per tornare al centro non occorre sempre cambiare città, lavoro o relazione. A volte il primo passo è molto più piccolo: fermarti abbastanza a lungo da percepire che cosa stai provando prima di decidere che cosa dovresti provare.
10) La radice invisibile.
Jodorowsky invita a «cerca la radice invisibile». Non dobbiamo necessariamente immaginarla come un’essenza immobile, pura e già pronta, nascosta da qualche parte. Può essere il punto vivo dal quale osservi pensieri, ruoli ed emozioni senza coincidere interamente con nessuno di essi. Può essere l’insieme dei valori che scegli di incarnare. Può essere la disponibilità a incontrarti ancora, invece di archiviarti in una definizione definitiva.
La radice è invisibile proprio perché non coincide con la vetrina. La riconosci indirettamente: nelle decisioni che ti fanno respirare meglio, nelle relazioni nelle quali non devi rimpicciolirti, nel coraggio quieto con cui dici un sì o un no davvero tuoi.
11) La flessibilità non è inconsistenza.
In psicologia, la rigidità con cui si risponde a pensieri ed emozioni difficili viene spesso descritta come inflessibilità psicologica. Una meta-analisi di 151 studi ha rilevato un’associazione consistente fra maggiore inflessibilità e minore benessere. Gli autori avvertono però che la maggior parte dei dati è trasversale: l’associazione non basta da sola a dimostrare che una condizione causi l’altra.
Questa prudenza scientifica è importante. Non ogni sofferenza deriva da un’etichetta mentale e non basta cambiare linguaggio per risolvere un trauma, una malattia o una situazione ingiusta. Tuttavia imparare a vedere un pensiero come pensiero — anziché come ordine o identità — può restituire margine d’azione.
Essere flessibile non significa cambiare valori a seconda della convenienza. Significa restare fedele a ciò che conta senza essere schiavo di un solo modo di realizzarlo.
12) Demolire con cura.
La metafora della demolizione non è un invito a far saltare in aria la tua vita. Alcuni muri hanno protetto ferite, custodito confini o reso possibile attraversare periodi difficili. Abbatterli tutti insieme può esporre a un’intensità che non sei ancora pronto a sostenere.
Puoi cominciare aprendo una finestra. Puoi osservare il muro, capire quando è stato costruito e verificare se serve ancora. Puoi chiedere aiuto. E se dietro una difesa ci sono trauma, abuso, depressione o un disagio importante, è sensato rivolgersi a un professionista sanitario qualificato: la crescita interiore non sostituisce le cure necessarie.
La liberazione più solida non umilia la persona che sei stata. Le restituisce dignità e le permette di non dover più lavorare senza sosta per proteggerti.
13) Un esercizio per riconoscere i tuoi muri.
Prendi un foglio e completa dieci volte la frase «Io sono…». Poi rileggi ogni risposta e procedi così:
- indica se hai scritto un fatto, un ruolo, un valore o un giudizio;
- domandati da chi hai imparato quella definizione;
- nota che cosa ti permette di fare e che cosa ti vieta;
- sostituisci «devo essere» con «scelgo di» oppure «finora ho creduto di dover»;
- immagina un piccolo gesto rispettoso che contraddica la definizione più rigida;
- conserva consapevolmente le appartenenze che ti nutrono;
- rinvia i passi troppo intensi e cerca sostegno se emergono ricordi o emozioni ingestibili.
Non cercare una formula finale di te stesso. Cerca una frase un poco più vera e un poco meno stretta. Ripeti l’esercizio fra alcuni mesi: se le risposte cambieranno, non avrai necessariamente tradito la tua identità. Potresti averla resa più viva.
14) Non diventare nessuno: diventa presente.
Essere liberi dalle definizioni non significa diventare vaghi, privi di carattere o incapaci di promettere. Significa non scambiare la mappa per il territorio. Tu possiedi una biografia, ma sei anche colui o colei che può rileggerla. Hai ricevuto dei fili, ma puoi imparare a riconoscerli. Appartieni a una storia, ma non sei obbligato a ripeterne ogni pagina.
Neppure la felicità è un premio permanente che appare appena cade un muro. Dopo una liberazione possono arrivare sollievo, paura, lutto e spaesamento. È normale: anche una gabbia conosciuta può sembrare più sicura dello spazio aperto. La libertà autentica non elimina ogni dolore; ti consente di incontrarlo senza dover diventare il dolore.
Forse il te stesso che cerchi non è una statua nascosta sotto gli strati. È una presenza capace di scegliere, amare, cambiare e assumersi responsabilità. Non devi inventarla tutta oggi. Devi soltanto smettere, un poco alla volta, di lasciare che siano i muri a parlare al posto tuo.
15) Se vuoi farti accompagnare.
Vedere da soli i propri muri è difficile, perché abbiamo imparato a considerarli parte del paesaggio. Nel counseling puoi trovare uno spazio di ascolto nel quale riconoscere copioni, parole ereditate e bisogni rimasti senza voce. Non riceverai una nuova etichetta da indossare: lavoreremo perché tu possa ascoltarti, chiarire ciò che conta e scegliere passi sostenibili.
Il percorso non consiste nel dichiarare guerra al passato. Consiste nel distinguere ciò che vuoi custodire da ciò che puoi finalmente lasciare andare.
16) Passa all’azione.
Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.
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