Oblomov, il libro della mia vita e la stasi interiore

Oblomov, il libro della mia vita e la stasi interiore

1 – Il libro della mia vita.

Se dovessi indicare il libro della mia vita, sceglierei Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov. Non perché io abbia trascorso tutta l’esistenza sdraiato su un divano, né perché consideri l’inazione un ideale. Lo sceglierei perché in quelle pagine ho riconosciuto qualcosa di me che nessun elogio dell’efficienza riesce davvero a spiegare: il legame profondo con l’immobilità, la nostalgia della stasi, la tentazione di lasciare la vita allo stato di possibilità anziché consegnarla alla realtà.

I classici diventano intimi proprio così. Sono stati scritti molto tempo prima di noi eppure, quando li apriamo, sembrano conoscere le nostre stanze, le nostre esitazioni e persino le scuse che non abbiamo ancora formulato. Ho già scritto perché i classici della letteratura siano necessari: Oblomov per me ne è la dimostrazione più personale.

2 – Oblomov non è soltanto uno che non fa nulla.

Pubblicato nel 1859, il romanzo racconta Il’ja Il’ič Oblomov, un proprietario terriero mite, intelligente e capace di sentimenti, ma quasi impossibilitato a trasformare le intenzioni in azioni. L’amico Stolz lo spinge verso il mondo; Olga lo ama e intravede in lui una vita possibile; eppure qualcosa lo richiama sempre indietro, verso una quiete che progressivamente diventa rinuncia.

Il personaggio ha dato origine alla parola “oblomovismo”. La Treccani osserva però che Oblomov non è soltanto il simbolo di una condizione storica russa: è un carattere universale. È questo il punto decisivo. Se fosse soltanto la caricatura di un nobile ozioso dell’Ottocento, oggi ci riguarderebbe poco. Invece ci riguarda moltissimo perché Gončarov non descrive soltanto un comportamento: descrive una postura dell’anima.

3 – Un pigro può lavorare moltissimo.

Secondo me, un pigro è tale anche quando lavora. Può avere un’agenda piena, rispondere ai messaggi, rispettare scadenze, viaggiare, produrre e persino apparire instancabile. La sua pigrizia non consiste necessariamente nel numero ridotto di cose che fa, ma nel filo segreto che continua a collegarlo all’immobilità e alla stasi.

Lavora, ma una parte di lui rimane sul divano. Agisce, ma senza staccarsi completamente dal luogo interiore in cui nulla cambia e nessuna scelta diventa definitiva. Fa molte cose laterali per non compiere quella centrale. Risolve urgenze per non incontrare il desiderio. Si tiene occupato perché l’occupazione gli consente di non rischiare una trasformazione.

Questa forma di pigrizia è difficile da riconoscere perché riceve anche approvazione sociale. Da fuori sembra operosità; da dentro può essere un sofisticato sistema di rinvio.

4 – Il collegamento invisibile con la stasi.

Oblomov non resta immobile perché non abbia sogni. Al contrario, sogna moltissimo. Immagina la tenuta di famiglia, una vita ordinata, l’amore, la pace. Il problema è che il sogno, anziché preparare l’azione, finisce per sostituirla. Finché una vita resta immaginata, non presenta attriti, responsabilità o possibilità di fallimento. È perfetta perché non è ancora accaduta.

Il collegamento con la stasi è proprio questo: una parte di te preferisce conservare intatte tutte le possibilità anziché sceglierne una e perdere le altre. Ma ogni scelta reale comporta una perdita. Quando prendi una strada, rinunci alle strade incompatibili con essa. L’immobilità promette di salvare tutto; in realtà consuma lentamente proprio ciò che vorrebbe proteggere.

5 – Non confondere il riposo con la rinuncia.

Il romanzo non deve essere usato per condannare il riposo. Fermarsi è necessario. C’è un tempo per agire e un tempo per recuperare, un tempo per esporsi e un tempo per ritirarsi. Ho scritto che la vita cresce per stagioni: pretendere da te stesso la stessa intensità ogni giorno è una violenza, non una virtù.

Il riposo, però, ti restituisce alla vita. La stasi ti sottrae ad essa. Dopo un vero riposo ritrovi energia, desiderio e presenza; dopo una lunga immobilità senti spesso meno forza di prima e hai bisogno di altra immobilità. Il riposo è una pausa nel movimento. La rinuncia trasforma la pausa nella tua casa definitiva.

6 – Anche l’iperattività può essere oblomovismo.

Esiste un oblomovismo da divano, immediatamente visibile, ma ne esiste anche uno frenetico. È quello di chi cambia continuamente progetto senza approfondirne nessuno, comincia dieci percorsi senza attraversare la parte difficile di uno solo, riempie ogni silenzio per non ascoltare la domanda che conta.

In questo senso l’opposto di Oblomov non è automaticamente una persona sempre indaffarata. L’opposto è chi accetta di essere trasformato dall’azione che compie. Puoi correre tutto il giorno e restare interiormente fermo; puoi compiere un solo gesto, apparentemente piccolo, e attraversare con esso una soglia decisiva.

La vera domanda, allora, non è “quanto hai fatto oggi?”, ma “quello che hai fatto ti ha messo davvero in rapporto con la vita?”.

7 – Olga non può salvare chi non vuole lasciare il divano.

La storia con Olga è uno dei punti più dolorosi del romanzo. L’amore mostra a Oblomov ciò che potrebbe diventare, ma non può diventarlo al suo posto. Questa è una verità importante anche nelle relazioni reali: puoi incoraggiare una persona, ascoltarla, accompagnarla e offrirle fiducia, ma non puoi compiere per lei il movimento essenziale.

Quando ami qualcuno che vive nella stasi, sei tentato di credere che basti amarlo di più. A volte finisci persino per trasformare la relazione in un programma di rieducazione. Ma l’amore non è una gru che solleva l’altro dal suo divano interiore. Può essere un invito, una luce, una presenza. La risposta, però, resta libera e personale.

8 – Il mio Doppio è rimasto sul divano.

Anni fa ho scritto per Storie mai raccontate Il mio Doppio. Il racconto comincia proprio da un divano. Il protagonista si alza, esce, incontra persone e vive esperienze; il suo Doppio resta a casa. Eppure chi è uscito continua a pensare a chi è rimasto, come se non fosse mai riuscito a separarsene davvero.

È una proiezione narrativa dello stesso nodo che trovo in Oblomov. La parte attiva non cancella quella immobile. Può anzi portarsela dietro, consultarla mentalmente, sentirne il giudizio e desiderare in segreto di tornare a coincidere con lei. Per questo la pigrizia non si cura semplicemente riempiendo l’agenda. Bisogna ascoltare il Doppio, capire che cosa protegge, che cosa teme e quale dolore evita.

9 – Come si interrompe l’immobilità.

Non se ne esce insultandosi. La vergogna raramente produce un movimento sano; più spesso aggiunge peso al corpo già fermo. Occorre invece rendere l’azione abbastanza piccola da poter essere compiuta e abbastanza vera da avere un significato.

Non devi rifare tutta la tua vita in un giorno. Devi forse fare quella telefonata, prendere quell’appuntamento, uscire per una passeggiata, aprire il documento, dire la frase rimandata, chiedere aiuto. Il primo gesto non risolve tutto, ma spezza l’incantesimo secondo cui domani sarà naturalmente più facile di oggi.

Serve anche una persona con cui parlare. Quando racconti la tua immobilità senza essere giudicato, cominci a distinguerne le componenti: stanchezza, paura, perfezionismo, tristezza, comodità, mancanza di senso. Sembravano un unico blocco; diventano fili che puoi osservare e, uno alla volta, sciogliere.

10 – Il romanzo non condanna: comprende.

La grandezza di Gončarov consiste nella tenerezza con cui guarda il proprio protagonista. Oblomov è esasperante, ma non è spregevole. È buono, sensibile, incapace di adattarsi alla durezza del mondo, affezionato a un’idea di pace che finisce per soffocarlo. Il lettore può irritarsi con lui e, nello stesso momento, riconoscersi.

È anche per questo che considero Oblomov il libro della mia vita. Non mi offre un modello da imitare né un difetto dal quale dichiararmi guarito. Mi offre uno specchio. Mi ricorda che posso fare molte cose e restare legato alla stasi; che posso desiderare il mondo e rimpiangere il divano; che la parte immobile di me non va né incoronata né maltrattata, ma conosciuta.

La libertà comincia quando smetto di dire “io sono fatto così” e provo a domandarmi: “quale parte di me vuole restare ferma, e da che cosa sta cercando di proteggermi?”.

11 – Guarda la mia presentazione all’AperiLibro.

Nel terzo AperiLibro ho presentato proprio il mio Oblomov: nel video racconto il rapporto personale con questo romanzo e perché continuo a considerarlo così vivo.

12 – Per leggere Oblomov.

Quello seguente è un link affiliato Amazon: se acquisti attraverso di esso potrei ricevere una piccola commissione, senza alcun sovrapprezzo per te.

13 – Porta la tua parte immobile dentro una relazione.

Se senti che una parte di te continua a trattenerti nella stasi, non devi affrontarla necessariamente da solo. Telefona al numero 059 761926 per concordare un primo incontro con me: possiamo lavorare insieme anche a distanza.

Seguimi anche su Instagram: un altro spazio in cui continuo a condividere pensieri e strumenti per il tuo cammino interiore.

Tu che rapporto hai con il tuo divano interiore? Raccontamelo nei commenti oppure lasciami una domanda: ti risponderò volentieri.


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