Mindful eating: ritrovare un rapporto sano col cibo

Mindful eating: ritrovare un rapporto sano col cibo

Mangiare è un gesto quotidiano, ma spesso lo compiamo senza esserci davvero. Guardiamo uno schermo, pensiamo al lavoro, giudichiamo il corpo o seguiamo regole alimentari mentre perdiamo il contatto con gusto, fame e sazietà. Mindful eating di Jan Chozen Bays propone di ricostruire questa relazione attraverso la consapevolezza.

Copertina del libro Mindful eating di Jan Chozen Bays
Copertina del libro Mindful eating di Jan Chozen Bays

1) Non è una nuova dieta.

Il mindful eating non prescrive un elenco universale di cibi buoni e cattivi. Insegna a osservare come mangiamo: che cosa accade prima di cercare il cibo, quali sensazioni emergono durante il pasto e come riconosciamo il momento in cui il corpo è soddisfatto.

Questo spostamento è importante perché molte persone conoscono perfettamente le regole nutrizionali e continuano comunque a vivere il cibo con conflitto. L’informazione da sola non modifica una relazione costruita attraverso abitudini, emozioni e giudizi.

2) I diversi tipi di fame.

Jan Chozen Bays invita a distinguere varie forme di fame: quella degli occhi, del naso, della bocca, dello stomaco, delle cellule, della mente e del cuore. Non sono categorie rigide, ma domande utili. Posso desiderare qualcosa perché ne vedo il colore, perché cerco conforto o perché il corpo ha davvero bisogno di energia.

Riconoscere quale fame è presente non serve a colpevolizzarsi. Permette di scegliere una risposta più adatta. La fame del cuore, per esempio, può usare il cibo come consolazione senza riuscire a ricevere ciò che desidera davvero: vicinanza, riposo o ascolto.

3) Recuperare i sensi.

Una pratica semplice consiste nel rallentare i primi bocconi. Osservare forma e colore, sentire il profumo, riconoscere consistenza e temperatura. Quando l’esperienza sensoriale diventa più ricca, spesso abbiamo bisogno di meno quantità per sentirci soddisfatti.

Non si tratta di mangiare sempre in silenzio o con una concentrazione perfetta. Si tratta di ritrovare, almeno in alcuni momenti, il contatto con l’esperienza reale invece di procedere con il pilota automatico.

4) Uscire dal giudizio morale sul cibo.

Quando trasformiamo ogni scelta alimentare in una prova del nostro valore, oscilliamo facilmente tra controllo e perdita di controllo. Un alimento non rende una persona buona o cattiva. Il mindful eating aiuta a sostituire la condanna con la curiosità: che cosa cercavo, come mi sono sentito, che cosa ho imparato?

Questa prospettiva è particolarmente importante nei periodi difficili. Tuttavia, in presenza di un disturbo alimentare, il libro non sostituisce un percorso sanitario e psicologico qualificato.

5) Un esercizio da provare.

Prima di mangiare, fermati per tre respiri e assegna da zero a dieci un valore alla fame fisica. A metà del pasto, posa le posate e chiediti che cosa è cambiato. Alla fine osserva sazietà, piacere ed emozioni senza correggere immediatamente nulla. Ripetuto nel tempo, questo gesto può far emergere schemi invisibili.

Per approfondire il rapporto tra presenza e automatismi puoi leggere Mindfulness: 10 cose da sapere. Sul tema delle difficoltà alimentari trovi anche Disturbo da alimentazione incontrollata.

6) Perché consiglio questo libro.

Lo consiglio a chi è stanco di combattere continuamente con il cibo, a chi mangia senza accorgersene e a chi desidera un approccio meno punitivo. È un manuale pratico, ma il suo insegnamento più profondo riguarda la possibilità di ascoltare il corpo senza ridurlo a un problema da correggere.

7) Dove acquistare il libro.

Puoi acquistare Mindful eating di Jan Chozen Bays su Amazon. È un link affiliato: potrei ricevere una piccola commissione senza alcun sovrapprezzo per te.


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