Diventare counselor: quando la sofferenza diventa capacità di aiutare.

C’è un’idea che spesso non ci piace.

Che la sofferenza non sia solo qualcosa da evitare.

Ma qualcosa che può formare.

Anche — e soprattutto — chi è chiamato ad aiutare gli altri.

Nel percorso del counseling, questo è un punto decisivo.

Non si diventa davvero capaci di aiutare solo studiando.

Si diventa capaci di aiutare attraversando.

Attraversando crisi, limiti, cadute, momenti in cui le risposte non bastano più.

La Scrittura lo dice con una chiarezza sorprendente:

“Dio… ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione” (2 Corinzi 1:3-4).

Questo passaggio contiene tutto.

Prima ricevi.

Poi trasmetti.

Prima sei ferito.

Poi diventi capace di riconoscere la ferita dell’altro.

La sofferenza, in questa prospettiva, non è un incidente.

È parte del processo.

Non perché Dio ami il dolore.

Ma perché attraverso il dolore accade qualcosa che in altri modi non accade.

Si rompe l’illusione del controllo.

Si scopre il limite.

E soprattutto, si impara a non contare solo su sé stessi.

Lo dice ancora Paolo, con parole molto concrete:

“Questo affinché non confidassimo in noi stessi, ma in Dio” (2 Corinzi 1:9).

È un passaggio chiave.

Perché chi aiuta gli altri rischia sempre una cosa:

pensare di essere lui la soluzione.

Ma il vero counselor non è colui che “sa”.

È colui che ha imparato dove guardare.

E questo lo si impara spesso solo quando le proprie risorse non bastano più.

C’è poi un altro aspetto.

La sofferenza crea qualcosa che non si può simulare:

l’empatia.

Non quella teorica.

Quella reale.

Quella che nasce dal riconoscere nell’altro qualcosa che hai già attraversato.

Non è un caso che nella tradizione cristiana si dica che condividiamo anche le sofferenze di Cristo, per partecipare anche alla sua consolazione (2 Corinzi 1:5).

Questo significa che il dolore, quando attraversato, non resta sterile.

Diventa linguaggio.

Diventa capacità di stare accanto.

Diventa presenza.

E allora cambia anche il modo di vedere ciò che ci accade.

Non più solo:

“Perché mi succede?”

Ma:

“Cosa può nascere da questo?”

Non tutto il dolore è utile.

Non tutto è immediatamente comprensibile.

Ma nulla è sprecato.

Perché ciò che ricevi — anche nel momento più difficile — può diventare, un giorno, qualcosa che passa attraverso di te verso qualcun altro.

E forse è proprio qui il punto più profondo.

Non aiuti davvero gli altri perché sei più forte.

Li aiuti perché sei stato fragile.

E in quella fragilità hai incontrato qualcosa — o qualcuno — che ti ha sostenuto.

E da lì, lentamente, hai imparato a sostenere.

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