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Divorzio: cosa comporta.

Un divorzio non ridurrà le lotte e le difficoltà nella tua vita.

Tutto ciò che fai è accorpare tutto, moltiplicarlo per 2 o 3, e caricarlo sulle spalle dei tuoi figli. Lo porteranno con sé per il resto della loro vita.

È molto probabile che trasmettano questo peso ai tuoi nipoti.

Metteranno su un bel viso. Sarai in grado di fingere che tutto vada bene, che hai “preso la decisione giusta”. Avrai l’illusione di coprire la tua stessa colpa.

Ma loro non stanno bene. Li hai costretti a prendersi la responsabilità della tua egoistica falla, e ne saranno appesantiti per il resto della loro vita, in un modo o nell’altro.

Chiama il n. 059 761926 per prenotare la tua seduta, anche online, di counseling e iniziare un percorso meraviglioso.

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Fuga da New York.

L’efficienza é sopravvalutata e, in realtà, dal punto di vista esistenziale, sottende un tipo d’uomo, quello contemporaneo, che non è più in grado di intrattenersi con se stesso e gli altri e deve dedicarsi continuamente a far qualcosa, fosse anche scavare una buca per poi riempirla, scavarla di nuovo e così via in un ciclo infinito, che ricorda quello del povero Sisifo.

Il lavoro, divenuto ossessione, si è mangiato quote importanti di umanità, senza tuttavia restituire niente in cambio, considerato che le fluttuazioni nel conto corrente di molti di noi non hanno alcuna influenza sul modo in cui poi in fin dei conti conduciamo la vita.

Col lavoro, finiamo per consumare noi stessi, diveniamo più fragili, insicuri, stanchi, deboli e arriviamo così a cercare una persona con cui confidarci, abbiamo bisogno di ascolto, solo che le persone della nostra vita, quelle che potrebbero darci l’ascolto di cui abbiamo bisogno, sono a loro volta indaffarate, o a casa in lavori di concetto che depredano per loro tutta l’attenzione o fuori casa, lontano.

Per milioni di anni le donne, restando a casa, hanno fatto da curatrici e ascoltatrici delle anime di tutta la famiglia, ma oggi se cerchi una nonna, una mamma o una sorella che ti ascolti mentre sgrana piselli, mette su il brodo o fa la conserva di pomodoro – e magari intanto la aiuti – non la trovi più.

Tutte le donne sono state mandate a lavorare, dopo che, nel corso dei due grandi conflitti mondiali, si era visto che erano molto più docili e affidabili dei maschi e quindi, hanno pensato i padroni, perché non sfruttarle?

Una volta il padrone doveva pagare al padre, il capo famiglia, uno stipendio che consentisse di mantenere tutta la sua famiglia – se ci guardi, é un principio scritto chiaro e tondo in Costituzione.

Oggi, per avere uno stipendio peraltro anche più basso, bisogna lavorare in due.

Così i padroni hanno avuto, pagando uno stesso stipendio, un lavoratore in più (paghi uno prendi due) e per giunta molto più arrendevole, acquiescente e disponibile di un operaio o impiegato maschio.

Per loro è stato un affarone, esattamente come la società
multirazziale di adesso.

Ma solo per loro.

Per la società é stato un disastro. Case che vanno in malora, bambini di sei mesi che vengono messi nei nidi, così le mamme possono andare a fare delle fatture col computer, cibo spazzatura, tradizioni che muoiono e, soprattutto, una casa di fatto morta dove, quando ne avresti bisogno, non c’è più nessuno che ti può ascoltare.

É così che sta cadendo l’impero statunitense, e tutte le sue colonie, tra cui anche l’Italia: le persone si stanno sempre più chiedendo ma io che razzo ci vado a fare a lavorare tutto il giorno, tutti i giorni, se la cosa e la vita non hanno più senso?

Non si va a lavorare solo per uno stipendio: si va perché il lavoro fa parte del tuo progetto, perché pensi che migliorerà te, la tua famiglia, il tuo paese.

Ma noi ormai sono decenni che stiamo girando in tondo e, anche imbottendoci come stiamo facendo di psicofarmaci, non ce lo possiamo più nascondere.

Grazie al razzo che i sociologi parlano di great resignation, le grandi dimissioni, il fenomeno per cui sempre più persone si licenziano da «buoni» posti di lavoro senza disporre di posti alternativi, che in effetti è un fenomeno inedito.

Ma anche io, se il mio lavoro, che di base é quello di aiutare gli altri, come avvocato o come counselor, smettesse di avere senso e utilità, smetterei di farlo e andrei a vivere in camper e vaffanq-lo, come sempre più persone stanno facendo – altro grande fenomeno per i sociologi che, non capendo niente di anima, se ne meravigliano pure.

Il punto é che il capitalismo in Occidente, senza i necessari correttivi materiali e spirituali, ha costruito una società orribile e la gente, giustamente, non vuole più viverci dentro.

Non c’è niente che non sia marcio da decenni: giornalismo, sanità, scuola, giustizia, politica; non credo di doverti fare degli esempi.

Chi prende le vie brevi e si impicca, come la mia amica Francesca, e chi invece si licenzia e va a vivere appunto in camper, di ciò si può meravigliare solo chi non conosce l’uomo nemmeno un po’.

Evviva noi.

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Non ti basto io? 📱

La promessa satanica sottesa alla nostra epoca digitale é quella di poter fare a meno di relazionarti con gli altri, il tuo celebre prossimo.

Puoi fare benzina senza il benzinaio, fare la spesa nei negozi senza cassiere, illuderti di comunicare usando mail e messaggi senza né incontrare l’altro, né sentirne la voce per telefono, e incontrare in vitro una donna svestita che fa la smorfiosa sussurrando il tuo nome su siti come onlyfans.

Ad oggi, nel 2023, questa promessa, che é appunto diabolica, perché apparentemente piena di luce, ma destinata a condurre senza alcun dubbio all’infelicità, ha già fatto tantissima strada e infatti le relazioni sono ai minimi storici, mai in nessuna epoca sono state così in crisi.

Come tutte le promesse del diavolo, funziona perché fa leva sui nostri peccati e su uno in particolare, il delirio di indipendenza, in cui cadiamo, come sempre, dopo aver sofferto per «colpa», pensiamo, di altri, che poi é un corollario della ben nota ὕβρις.

Quanta gente si sente oggigiorno, un po’ dappertutto, che dice di «bastare a se stessa», di non «aver bisogno» di un uomo o di una donna, di «stare bene da solo», di essersi liberata dei rami secchi, delle persone negative e via demenziando.

Si cade in buche del genere per via di relazioni che ci hanno fatto soffrire, un matrimonio, un genitore, un fratello, un amico.

Ma se mangi un cibo cui sei allergico, la soluzione non può mai essere quella di smettere di mangiare per sempre.

Torniamo sempre a San Paolo e alla sua dichiarazione di essere fiero, al massimo, della sua debolezza.

Come é remoto il suo atteggiamento rispetto a quello dell’uomo di oggi, che nasce già orgoglioso dal ventre materno, come Minerva con scudo e lancia dalla testa di Giove. Oggi non importa quello che uno fa, può fare anche una razzata, ma sarà sempre e comunque orgoglioso di sé.

Come diceva Chesterton, a proposito dell’ateismo, perché mutilarsi e privarsi da soli di qualcosa di utile e prezioso?

Non faremmo prima a riconoscere di essere tutt’altro che indipendenti e di avere bisogno di un rapporto innanzitutto con Qualcuno e poi comunque con gli altri?

Guardalo, l’uomo contemporaneo: si é liberato di tutto, per diventare finalmente che cosa però? Libero, felice?

Messo da parte Dio, messi da parte gli altri, perché lui non ha «bisogno» di queste cose medioevali, con che cosa si é ritrovato?

Con gli psichiatri e gli psicofarmaci. Che poi, per inciso, non funzionano (é ora di dirlo).

Il diavolo, tuttavia, ci racconta solo le balle che noi stessi vogliamo farci raccontare, come nelle truffe: é il truffato che consegna i soldi, in questo caso la propria anima, al truffatore.

Lo so anche io che Dio sembra pesante e gli altri sono insopportabili. Io sono insopportabile, tu sei insopportabile, tutti sono
insopportabili.

Però la scommessa e la sfida della vita é quella di riuscire ad andare oltre quella insopportabilità e relazionarsi con tutti, nonostante i propri limiti, inadeguatezze, difetti e nonostante quelli altri.

Tu sei lì che cerchi un partner che abbia «interessi in comune con te» e non ti rendi conto di essere profondamente patetico perché per una relazione non servono affatto interessi in comune, ma stati evolutivi superiori che consentano di capire e gestire le cose degli uomini.

Bisogna rassegnarsi alla necessità di relazionarsi con gli altri anche quando non se ne ha voglia, perché gli altri sono prolissi,
antipatici, pesanti, offensivi, tutto quel che ti pare.

Il cellulare che ti sussurra in continuazione all’orecchio «non ti basto io?» ti sta mentendo e ci sta riuscendo solo perché tu vuoi credergli e tu vuoi credergli per via delle tue ferite.

Ma il digitale resta solo un mezzo, uno strumento, come il vecchio telefono a disco: ai due poli ci sono e ci saranno sempre delle persone.

Non puoi innamorarti dello strumento e lasciar perdere le persone, se lo farai non potrai mai essere felice.

Evviva noi.

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Ipocrisia e verità: quali sono i valori davvero in ballo a riguardo?

DOMANDA – l’ipocrisia: ieri, oggi e domani. Le sue sfaccettature in base allo status sociale. Com’è percepita uomo/donna. E, rispetto al ns territorio.


RISPOSTA – L’ipocrisia oggigiorno è un tema difficile perché in linea di principio tutti sono ossessivamente focalizzati sul dichiarare di detestarla e di esserne privi, mentre in realtà la praticano pressoché in ogni momento della loro vita.

Probabilmente, va annoverata nel catalogo delle nostre «ombre», lati generalmente considerati negativi della personalità umana di cui in realtà abbiamo bisogno, come l’aggressività, l’odio, l’indifferenza e così via.

Quello che c’è da dire in generale riguardo alle nostre ombre è che esse fanno parte di noi «per design» e non c’è niente di più sbagliato di pensare di eliminarle del tutto: il lavoro di crescita ed evoluzione deve essere diretto esclusivamente ad avere quelle consapevolezze che servono per usarle solo quando servono e non in altri contesti. Ad esempio, è inutile diventare aggressivi con un amico, mentre lo può essere con un nemico, mentre ad esempio si sta combattendo una battaglia.

Il tema dell’ipocrisia è presente in letteratura in abbondanza, tutte le commedie di Oscar Wilde giocano sul prendere in giro l’ipocrisia britannica della società di quel tempo. Una commedia che sicuramente potresti andarti a rivedere, o rivedere una delle trasposizioni cinematografiche realizzate in seguito, è «L’importanza di chiamarsi Ernesto», titolo mal tradotto dall’originale inglese che è «The importance of being Earnest», che, appunto nell’originale, gioca sull’ambivalenza del termine «earnest», che è sia un nome proprio di persona che un aggettivo che significa appunto «onesto», cioè privo di ipocrisia.

Molto più recentemente c’è un film da vedere assolutamente, «Il primo dei bugiardi», commedia ambientata in un mondo irreale dove la menzogna è sconosciuta e il protagonista, quasi per caso, ne scopre il potere, che, in quel mondo, è del tutto particolare, dal momento che, non essendoci nessuno abituato a mentire, tutti lo prendono sul serio anche quando dice le cose più improbabile, come quando ferma una completa sconosciuta per la strada e la convince a fare l’amore con lui dicendole che se non lo farà l’intero mondo finirà… Ci sono scene molto esilaranti, come quella in cui sempre il nostro protagonista va a prendere una donna per una serata a cena fuori, è un po’ in anticipo, si scusa e lei risponde con nonchalance «Oh niente, mi stavo solo masturbando». Una commedia da vedere, perché fa riflettere molto sul tema.

Oggigiorno la presunta assenza di ipocrisia è spesso una scusa o un pretesto per comportarsi da maleducati.

Una volta mi è capitato di scrivere che «Io dico sempre quello che penso» è il verso di un narcisista che fa outing, cioè rivela se stesso, perché mette se stesso e la sua presunta superiorità etica e morale sopra a tutti gli altri che, se anche poi si offendono, non ha alcuna importanza: l’unica cosa importante è che «lui» (o lei) abbia «detto la verità».

È evidente che «dire sempre quello che si pensa» non è certo un obiettivo raccomandabile, essendo molto più opportuno, sia oggigiorno che in tutte le epoche dell’uomo, comprese quelle future, il suo esatto opposto, cioè pensare a quello che si dice.

Sempre restando in «letteratura», ti lascio con un clip veloce estratto dalla meravigliosa serie del Dr. House, che, se ricordi, aveva come pay off proprio la frase «tutti mentono». Puoi visualizzarlo qui, nel canale YouTube di «terre dell’anima» al quale ti invito ad iscriverti per ricevere le notifiche di tutti i nuovi video.


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L’uomo di oggi e il dolore.

In tempo di neopaganesimo, in cui le grandi tradizioni sapienziali della storia dell’umanità, compreso il nostro cattolicesimo romano e, più in generale, il cristianesimo, sono state buttate via, l’uomo contemporaneo resta privo di adeguata spiegazione del dolore e, di conseguenza, di qualsiasi strumento per affrontarlo.

Gettato cognitivamente in un pozzo buio e profondo, in cui viene tenuto prigioniero da qualche vago e impreciso scampolo di logica meccanicistica, l’uomo di oggi diventa completamente naïve e non é più in grado di adottare decisioni adeguate, di dare direzione alla propria vita, in relazione al male che la stessa pur necessariamente é destinata a contenere.

La vita è dura e contiene la sofferenza: è la prima delle quattro grandi nobili verità del buddismo. Da oltre venti secoli, inoltre, grandi pensatori cattolici e non si pongono il tradizionale dubbio “si Deus est, unde malus” – rileggiti, per andare ancora più indietro, il difficile, ma bellissimo libro di Giobbe.

Compito delle tradizioni sapienziali é da sempre appunto fornire all’uomo gli strumenti per affrontare il dolore che, giocoforza, fa parte della vita, ma l’uomo di oggi, sceso del tutto dalle spalle dei giganti del passato, non lo sa.

Egli ha costituito la scienza meccanicistica in divinità. Trascurando il fatto che si tratta solo di un metodo e non certamente di una dottrina del tutto, ne ha fatto un vero e proprio idolo, e questo idolo esige sacrifici di sangue, come tutti i falsi dei.

Come sembra suggerire Chesterton, dunque, l’ateismo é una auto amputazione, che lascia l’uomo privo di un occhio in più per vedere, di una gamba per camminare, tanto più assurda in quanto priva di qualsiasi ragione, come il gesto di chi, in miseria, butta denaro dalla finestra, usa vestiti nuovi come stracci o formatta l’hard disk contenente le informazioni che gli servono per il suo lavoro.

All’uomo di oggi é stato insegnato a non credere in Dio, ma a credere, piuttosto ai medici e alla scienza, così non c’è da stupirsi se di fronte alla perdita di una figlia, peraltro non ancora nata, cosa che purtroppo può succedere, egli rimanga senza altre soluzioni che quella di prendersela col primario, il nuovo dio in cui la modernità gli ha insegnato a credere, finendo solo per produrre ancora più violenza, sia a un proprio fratello che a se stesso.

In tutto questo, ci sono anche menti freschissime convinte che “ci stiamo evolvendo” quando siamo sempre più fragili, immaturi, bambini e incapaci di un minimo sindacale di strategia di coping per avere a che fare con le cose che fanno normalmente parte della vita, come migliaia di pensatori venuti prima di noi, oggi snobbati, hanno insegnato.

Forse è il caso di cercare di risalire sulle spalle di quei giganti, che abbiamo buttato via troppo presto.

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La regola del body count non sbaglia mai.

Va detto chiaramente alle donne che con quanti più uomini vanno con quanto più perdono valore.

Forse questo non è «giusto» ma é una realtà biologica, culturale, probabilmente anche archetipica.

Alla radice del «desiderio» di «scopare con tutti gli uomini che si vuole», che io credo essere indotto e non certo innato, c’è la pretesa delle donne di vivere la sessualità in modo maschile, così come predicato dal peggior femminismo, basato sul demenziale presupposto che se donne e uomini non sono uguali, be’ allora dovrebbero esserlo.

In realtà, tutto all’opposto, né siamo uguali, né mai lo saremo, né dovremmo esserlo.

Chi sono, peraltro, le femministe per pretendere di saperne di più di chi ha creato il mondo?

Questi, dunque, non sono diritti per la donna, ma modi in cui la donna finisce per rovinarsi poco alla volta!

E tutto ciò va sempre testimoniato quando se ne presenta l’occasione.

Nessuno toglie un grammo di libertà a nessuno, ma il punto di vista cristiano deve restare sempre a disposizione, per fare sapere che esiste un modo diverso di vedere le cose e che chi lo desidera lo può sempre mutuare.

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La demenza della modernità.

La demenza della modernità é plaudire alle donne quando fanno qualcosa da uomini, tipo diventare manager di qualche società – da fare fallire poi nel corso di qualche anno, come da solita tradizione ambisex dell’imprenditoria ita lica – e gli uomini quando fanno qualcosa da donna, tipo impugnare il viakal per pulire il bagno.

Facciamo che torniamo ad apprezzare gli uomini quando fanno cose da uomini, tipo fare o curare il cambio d’olio alla macchina, e le donne quando fanno cose da donne, tipo il ragoût?

Se dovessi dire che cosa è più urgente fare per uscire dal pantano in cui ci siamo trovati, questa sarebbe sicuramente una delle prime cose.

Bisogna anche chiedersi quale sarebbe il punto di coltivare uomini che sono pessime donne e donne che sono pessimi uomini come si é fatto negli ultimi decenni.

Lo stesso Jacques Lacan – per quelli cui l’evidenza non è mai sufficiente, ma vogliono sempre il supporto scientifico – ha detto molto chiaramente che ognuno di noi è il suo sesso, con tutto ciò che ne consegue.

Voler uscire da questo é davvero solo una stolta presunzione da parte dell’uomo moderno, che, anziché valorizzare ciò che gli viene donato alla nascita, pretende di stravolgere biologia, natura, cultura e, in sintesi, l’intero disegno di Dio.

Sii un vero uomo, sii una vera donna, questo potrebbe risolvere già moltissimi problemi.

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101 desideri: quale app usare?

Per la tecnica dei 101 desideri, resa celebre da Igor Sibaldi, si usa la scrittura.

Tutte le volte in cui é possibile, raccomando di utilizzare un quaderno cartaceo, in quanto la scrittura a mano aiuta moltissimo la riuscita di questa tecnica, che é anche un potente esercizio di auto-coscienza.

Tuttavia si possono usare, in alcuni casi e per certi riguardi, anche strumenti informatici.

Per Android, esiste una applicazione che si chiama 101 Desideri, attualmente in fase di mero mantenimento, il cui sviluppo é cessato, che dichiara di essere stata concepita apposta per essere usata nei 101 Desideri.

Personalmente, tuttavia, la sconsiglio per le seguenti ragioni:

  • non è possibile esportare i dati: potrebbe sempre essere utile dover esportare i propri desideri, invece una funzionalità del genere non è prevista;
  • non c’è un contatore delle parole, utile per capire come rimanere nel limite delle 14, compresa la punteggiatura;
  • non c’è la sincronizzazione con altri dispositivi: se inizi ad usare sul cellulare, devi continuare sul cellulare e basta.

Quello che consiglierei di usare io é un semplice file di testo da tenere sincronizzare con applicazioni quali Dropbox e Google drive.

In questo file di testo, puoi inserire i tuoi desideri come faresti con quaderno cartaceo. Ti consiglio di numerarli per avere sempre sotto controllo il loro numero.

Puoi iniziare a scriverli sul cellulare e finirli o aggiungerne di nuovi dal computer, tanto il file di testo di aggiorna automaticamente su tutte le tue periferiche.

Generalmente, si consiglia di tenere un quaderno di brutta e uno di bella, cui potrebbero corrispondere due files di testo, ma io consiglio anche di tenere un terzo file, una specie di elenco di desideri da formulare, una to-do list insomma.

La tecnica, infatti, é molto potente e prima di formulare un desiderio, col rischio che si realizzi nel modo diverso da quello che avresti voluto, é bene riflettere appunto sul modo in cui vuoi appunto formularlo.

Può essere molto utile dunque tenere un elenco di desideri da formulare, su cui riflettere e da formulare man mano che sei arrivato a capire come forgiarlo al meglio.

Desiderare, infatti, é come lanciare tanti piccoli o grandi incantesimi: é una attività di fine artigianato che richiede, come ogni incantesimo, attenzione alle parole, e dunque nel loro complesso, alle formule che si usano, altrimenti il rischio di provocare dei guai é molto alto, come sa bene chi si é accostato in modo maldestro alla tecnica dei 101 desideri.

Dunque la cosa migliore è creare una cartella 101desideri all’interno della quale mettere tre files: quaderno di brutta, quaderno di bella, elenco desideri da formulare.

Ovviamente, nell’elenco dei desideri da formulare non si deve ancora usare l’espressione “io voglio” ma si deve inserire solo l’argomento.

Su Android, si può lavorare in locale grazie ad una applicazione come Dropsync, che temo non sia disponibile per iOS.


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Giudicare é bello?

Il giudizio é un veleno, sia per chi lo pratica che per chi lo riceve, quando ha per oggetto l’identità delle persone e le loro qualità o difetti.

Chi vuole vivere bene, può sostituire il giudizio con il suo esatto contrario, che é la compassione, una delle vibrazioni più pure e più in grado di renderci davvero umani – e non un branco di autistici che blaterano a caso di empatia come accade per lo più oggigiorno.

Ma quando il giudizio è sui comportamenti, sulle decisioni, sulle condotte, su cosa é opportuno e cosa non lo é?

In quel caso, vale esattamente l’opposto.

Il giudizio, anziche sprofondarti, ti eleva e ti fa crescere, perché la distinzione tra il bene e il male é un momento fondamentale e irrinunciabile di qualsiasi percorso evolutivo e di crescita personale.

Facciamo degli esempi.

Tizio dice che Caia é una donna che non vale niente perché ha abortito.

Questo è il giudizio sulla persona, quello del primo tipo, che avvelena intanto subito comunque chi lo pratica e poi magari, se se ne lascia contagiare, anche chi lo riceve, la nostra povera Caia.

Tizio dice che l’aborto è un male e non va mai praticato.

Qui Tizio non offende nessuno – se Caia si sente offesa non è colpa di Tizio, ma solo di Caia stessa.

Tizio sta solo discernendo tra ciò che è bene e ciò che è male e sta testimoniando il suo punto di vista agli altri in modo che chi concorda possa mutuarlo.

Testimoniare, infatti, significa proporre e mai imporre.

Nel fare questo, Tizio definisce i suoi valori, i suoi confini e, dunque, cresce come persona.

Tizio condannerà sempre l’aborto, ma accoglierà sempre Caia, anche se questa avesse abortito 100 volte, perché lui giudica in astratto cosa è bene e cosa è male, ma é sempre pronto ad ascoltare i suoi simili, perché sa di avere peccato lui stesso per primo infinite volte.

Ma il fatto che ognuno di noi è, a sua volta, un peccatore non significa affatto che si debba rinunciare a dire male al male e bene al bene, cosa che, tutto al contrario, é nostro preciso dovere, per costruire noi stessi e per aiutare gli altri a costruire a loro volta loro stessi.

Le decisioni che prendi, i comportamenti che adotti e metti in pratica, non sono senza conseguenze. Nessuno ti giudica, ma quello che scegli di fare ha sempre delle conseguenze diverse a seconda della decisione che prendi, non puoi mai pensare che tanto é tutto uguale.

Lo so anche io che in una società di autistici sconnessi gli uni dagli altri, dove il counseling naturale é pressoché scomparso, é sempre più difficile prendere decisioni, ma proprio per questo é fondamentale testimoniare quello in cui si crede, perché solo così alcuni altri, che la pensano come te, si sentiranno meno soli e saranno più liberi di decidere veramente.

Devi essere sempre morbidissimo con gli altri, inflessibile sulle tue idee.

Sii un vero uomo, sii una vera donna, vieni nelle terre dell’anima.


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Se noi uomini sposassimo le donne che meritiamo…

In questa scena, tratta dal film «Un marito ideale» del 1999, a sua volta tratto dalla celebre commedia di Oscar Wilde, una battuta fulminante che l’uomo di oggi dovrebbe riguardarsi spesso e sulla quale dovrebbe riflettere a lungo.

Oggi, infatti, molte persone si privano della bellezza e della felicità per convinzioni limitanti: sentono di non «meritare» di essere felici o di avere cose belle.

Come è diversa, invece, la prospettiva, che, mi dispiace, ma è anche quella della dottrina cattolica, per cui l’uomo in realtà non si merita nulla, ma riceve ugualmente tutto in dono e il suo compito è, al contrario, quello di essere grato di ciò che riceve e metterlo a disposizione degli altri, senza nasconderlo sotto la sabbia – rileggere, a riguardo, la parabola dei talenti.

Nessuno di noi ha ciò che si merita, pensare che si riceve quello che si merita in fondo è solo da presuntuosi, perché se avessimo ciò che davvero meritiamo, allora poveri noi!

Ricevi con gratitudine.


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