Il giudizio avvelena chi lo pronuncia

Il giudizio avvelena chi lo pronuncia

1) Il veleno che prepari per gli altri.

Quando giudichi una persona non ti limiti a osservare un comportamento. Costruisci un tribunale interiore: stabilisci una regola, pronunci una sentenza e identifichi l’altro con ciò che ha fatto. Non dici più «questa azione mi ha ferito», ma «tu sei sbagliato». Può sembrare un modo per difenderti o per sentirti dalla parte giusta. In realtà, ogni volta che usi il giudizio prepari un veleno che finirai per bere anche tu.

La mente, infatti, non applica agli altri criteri che poi dimentica quando si rivolge verso l’interno. Se misuri continuamente le persone in base alla loro efficienza, coerenza, bellezza, forza, successo o purezza morale, prima o poi userai lo stesso metro con te. E arriverà sempre un giorno in cui sarai stanco, fragile, contraddittorio, improduttivo o semplicemente umano. Davanti al giudice che hai allenato per anni non risulterai mai abbastanza.

Il giudizio avvelena le relazioni, ma soprattutto avvelena chi lo pratica: irrigidisce lo sguardo, rende sospettosi, alimenta il confronto e trasforma la vita in un esame senza fine. Chi giudica molto gli altri quasi sempre, nel silenzio, giudica con ancora maggiore durezza se stesso.

2) La misura che usi ritorna su di te.

Gesù lo dice con una precisione che non lascia scampo: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» (Matteo 7,1-2). Subito dopo viene l’immagine della pagliuzza e della trave (Matteo 7,3-5): vediamo con chiarezza il limite dell’altro proprio mentre restiamo ciechi davanti al nostro.

Luca inserisce lo stesso insegnamento dentro una via di misericordia: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Luca 6,36-37). E aggiunge che la misura adoperata tornerà a noi (Luca 6,38), prima di riprendere la pagliuzza e la trave (Luca 6,41-42).

Queste parole non descrivono soltanto una conseguenza futura o divina. Raccontano già un meccanismo quotidiano: il metro che tieni in mano diventa l’ambiente mentale in cui sei costretto a vivere. Se è stretto, punitivo e implacabile, non farà eccezioni per te.

3) Per arrabbiarti devi prima giudicare.

Il giudizio è assolutamente indispensabile per potersi arrabbiare con qualcuno. Tra il fatto e la rabbia si inserisce sempre, anche in una frazione di secondo, una valutazione: «Non avrebbe dovuto farlo», «non ha il diritto di trattarmi così», «è una persona egoista», «questo è intollerabile». È quella sentenza interiore a trasformare il dolore, la paura, la delusione o il bisogno frustrato in rabbia contro una persona.

Per questo un indice molto attendibile della presenza del giudizio è la frequenza con cui ti arrabbi. Se ti arrabbi spesso, non significa che sei cattivo: significa che la tua mente emette molte sentenze su come gli altri dovrebbero essere, parlare e comportarsi. Più sono rigide le aspettative, più occasioni avrai di condannare chi non le rispetta.

Già Epitteto, nel capitolo 5 del Manuale, osservava che non sono i fatti a turbare gli esseri umani, ma i giudizi che essi formulano sui fatti. Seneca, nel De ira, descrive l’ira non come un semplice riflesso, ma come un impulso al quale la mente ha dato il proprio assenso. Marco Aurelio, nei Ricordi, torna più volte sulla possibilità di togliere il giudizio e, con esso, molta della sofferenza che vi abbiamo costruito sopra.

Questo non significa negare l’ingiustizia, sopportare gli abusi o rinunciare ai confini. Significa accorgerti che puoi riconoscere un danno, dire no, proteggerti e agire con fermezza senza trasformare l’altro in un mostro. Anche la Scrittura distingue il discernimento dalla condanna: «Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio» (Giovanni 7,24). Puoi valutare un fatto senza emettere una sentenza sull’intero valore di una persona.

4) La Bibbia smaschera il giudice interiore.

Paolo coglie esattamente il movimento con cui la condanna dell’altro ricade su di noi: «Mentre giudichi l’altro, condanni te stesso» (Romani 2,1); e domanda a chi compie le stesse cose che censura se pensa davvero di sottrarsi al giudizio (Romani 2,2-3). Più avanti invita ad accogliere chi ha convinzioni diverse senza trasformare la differenza in disprezzo: «Chi sei tu, che giudichi un servo che non è tuo?» (Romani 14,4). E ancora: «Perché giudichi il tuo fratello? […] Ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio. D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri» (Romani 14,10-13).

Giacomo collega il giudizio alla pretesa di occupare un posto che non ci appartiene: «Uno solo è legislatore e giudice […] ma chi sei tu, che giudichi il tuo prossimo?» (Giacomo 4,11-12). Paolo raccomanda anche di non voler giudicare prima del tempo, perché soltanto il Signore può mettere in luce le intenzioni dei cuori (1 Corinzi 4,5).

Nel racconto della donna accusata di adulterio, Gesù non dichiara buono ciò che è male, ma spezza il meccanismo della lapidazione: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Giovanni 8,3-11). Nessuno può più condannare senza incontrare la propria fragilità. Nel medesimo Vangelo Gesù afferma: «Io non giudico nessuno» (Giovanni 8,15).

Anche altri passi compongono la stessa mappa: Qoèlet consiglia di non prestare attenzione a tutte le parole pronunciate dagli altri, ricordandoti che anche tu hai parlato male molte volte (Qoèlet 7,21-22); il libro dei Proverbi lega la saggezza alla lentezza nell’ira e alla capacità di passare sopra le offese (Proverbi 12,16; 14,29; 19,11); Giacomo invita a essere lenti all’ira, perché «l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio» (Giacomo 1,19-20). Infine, il comando di perdonare «fino a settanta volte sette» (Matteo 18,21-22) libera la relazione dalla contabilità morale perpetua.

5) La letteratura mette il giudice sul banco degli imputati.

La letteratura ha spesso mostrato che chi condanna non rimane innocente. In Misura per misura Shakespeare costruisce un’intera trama intorno all’ipocrisia del giudice Angelo, inflessibile con la colpa altrui e incapace di riconoscere il desiderio e l’ombra dentro di sé. Il titolo stesso richiama la misura che ritorna su chi la usa; Isabella formula il cuore morale del dramma quando invita a condannare la colpa, non l’essere umano che l’ha commessa.

In Resurrezione di Lev Tolstoj, il principe Nechljudov siede come giurato e riconosce nell’imputata una donna che lui stesso aveva sedotto e abbandonato. Il tribunale esterno si rovescia allora in un esame di coscienza: il giudice scopre di essere implicato nella vita di chi pretendeva di giudicare. La rinascita comincia non con una sentenza più severa, ma con l’assunzione della propria responsabilità.

Ne I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, lo starec Zosima insegna che ciascuno deve riconoscere la propria responsabilità verso tutti e per tutto. Non è un invito a caricarti di una colpa patologica, ma a uscire dall’illusione di essere uno spettatore puro davanti al male del mondo. Quando riconosci di far parte della stessa umanità fragile, la condanna lascia spazio alla compassione e all’azione responsabile.

Epitteto porta questa intuizione fino al punto decisivo: chi è ancora inesperto accusa gli altri, chi comincia a lavorare su di sé accusa se stesso, ma chi è veramente formato non accusa né gli altri né se stesso. Il traguardo, dunque, non consiste nello spostare il martello dal prossimo alla tua testa. Consiste nel deporlo.

6) Quando il giudizio si rivolge contro di te.

Potresti pensare che l’autocritica serva a migliorarti. Ma il giudizio non dice: «Ho commesso un errore e posso riparare». Dice: «Sono un errore». Non apre una strada, chiude una cella. Non produce responsabilità, produce vergogna; e la vergogna, a sua volta, rende più difficile cambiare.

Chi vive così oscilla spesso tra due poli. In alcuni momenti si sente superiore e vede chiaramente ciò che non va negli altri; in altri si sente inferiore e vede soltanto ciò che non va in sé. Ma la struttura è identica: confronto, misura, condanna. Superiorità e inadeguatezza sono le due facce dello stesso tribunale.

Il non giudizio non è pensiero positivo e non è indulgenza cieca. È un modo più esatto di guardare. Distingue la persona dal comportamento, il fatto dall’interpretazione, la responsabilità dalla condanna. Ti permette di dire: «Quello che è successo mi ha fatto male», «questa relazione non mi fa bene», «qui occorre un limite», senza aggiungere: «tu sei senza valore» oppure «io sono senza valore».

7) Una pratica concreta di non giudizio.

La prossima volta che senti salire la rabbia, fermati prima di reagire e prova a ricostruire la sentenza nascosta. Completa mentalmente questa frase: «Mi sto arrabbiando perché penso che lui o lei dovrebbe…». Poi trasforma il giudizio in un’osservazione precisa: che cosa è stato detto o fatto, senza aggettivi sulla persona?

Subito dopo chiediti quale ferita o quale bisogno si trova sotto la rabbia. Hai bisogno di rispetto, ascolto, sicurezza, reciprocità, riposo? Infine scegli un’azione: formulare una richiesta, chiarire, mettere un confine, prendere distanza, perdonare oppure riconoscere che quella situazione non è sotto il tuo controllo.

Puoi usare quattro domande semplici:

Che cosa è accaduto, concretamente?

Quale giudizio sto aggiungendo al fatto?

Che cosa sto provando e di che cosa ho bisogno?

Quale risposta tutela me e la relazione senza condannare nessuno?

Praticare il non giudizio non significa riuscirci sempre. Significa accorgerti ogni volta che hai ripreso in mano il martello e scegliere di posarlo. Con il tempo diminuiranno le sentenze, e spesso diminuirà anche la rabbia. Soprattutto, diventerà più mite la voce con cui parli a te stesso.

8) Dal tribunale all’incontro.

Se il giudizio è diventato automatico, non devi vergognartene: la vergogna sarebbe soltanto un altro giudizio. Puoi imparare a riconoscerlo, comprenderne la funzione protettiva e costruire un modo diverso di stare con gli altri e con te stesso.

Il counseling offre uno spazio di ascolto nel quale non vieni ridotto ai tuoi errori e puoi osservare con maggiore chiarezza i pensieri che alimentano rabbia e inadeguatezza. Se senti che il giudizio ti avvelena, che ti arrabbi spesso o che non riesci mai a sentirti adeguato, puoi prenotare un appuntamento con me per provare il mio counseling. Potremo capire insieme se questo strumento è adatto a te ed eventualmente iniziare un percorso.

Il contrario del giudizio non è l’ingenuità. È la misericordia unita alla lucidità: vedere il male senza smettere di vedere l’essere umano, riconoscere l’errore senza trasformarlo in identità, assumersi la responsabilità senza condannarsi. È così che il veleno perde forza e la vita torna a respirare.

9) Passa all’azione.

Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.


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