Non puoi vivere sempre sul palcoscenico
1) Siamo tutti, almeno un poco, attori.
Quando incontri un cliente, partecipi a una riunione, entri in un ristorante o pubblichi qualcosa sui social, scegli quali parti di te mostrare. Cambiano la voce, le parole, la postura e perfino le emozioni che ti concedi di esprimere. Non è necessariamente falsità: è il modo normale con cui gli esseri umani abitano le relazioni.
Il sociologo Erving Goffman ha descritto la vita sociale attraverso la metafora del teatro. Sul palcoscenico presentiamo una versione di noi adatta al pubblico e alla situazione; nel retroscena possiamo deporre il ruolo, prepararci, riprenderci e confrontarci con persone fidate. Le due zone non sono nemiche. Abbiamo bisogno di entrambe.
Il problema comincia quando il sipario non scende più. Il telefono è sempre acceso, il lavoro ci raggiunge ovunque, ogni esperienza può diventare contenuto e perfino il riposo viene mostrato, misurato o trasformato in prestazione. Non reciti soltanto davanti agli altri: inizi a guardarti con gli occhi di un pubblico immaginario.
La domanda allora non è se indossi una maschera. Tutti ne indossiamo più di una. La domanda è se possiedi ancora un luogo nel quale puoi toglierla.
2) Il ruolo non è una menzogna.
Se sei diverso con un figlio, un amico, un collega e una persona appena conosciuta non significa che tu sia privo di autenticità. Ogni relazione chiama in primo piano capacità e responsabilità differenti. Essere autentici non vuol dire dire tutto a tutti, comportarsi nello stesso modo in ogni ambiente o riversare senza filtro qualunque impulso sugli altri.
Una ricerca sulla presentazione di sé ha osservato che le persone tendono a servirsi di un numero relativamente piccolo di “personaggi” sociali, adattandoli ai diversi interlocutori. Queste immagini pubbliche risultano collegate, ma non identiche, all’idea che ciascuno ha di sé. Puoi leggere lo studio sulle diverse forme di autopresentazione.
Il ruolo diventa una prigione quando non puoi più modificarlo. Se tutti ti conoscono come quello forte, potresti sentirti obbligato a non chiedere aiuto. Se vieni premiato perché sei sempre disponibile, potresti non riuscire più a dire di no. Se il tuo pubblico apprezza soltanto la versione brillante, arrabbiata, spirituale o vincente di te, potresti continuare a offrirgliela anche quando non ti somiglia più.
L’autenticità non consiste nell’assenza di ruoli, ma nella libertà di entrarvi e uscirne senza perdere il contatto con ciò che senti e con ciò in cui credi.
3) A che cosa serve il retroscena.
Nel retroscena non devi impressionare nessuno. Puoi essere stanco, contraddittorio, incerto e ancora incompiuto. Puoi provare una frase prima di pronunciarla in pubblico, ammettere un errore senza costruire subito una difesa, cambiare idea senza dover spiegare la tua evoluzione a una platea.
È qui che recuperi energie, ma soprattutto è qui che cresci. Una capacità nuova ha bisogno di tentativi goffi; un’identità in trasformazione ha bisogno di possibilità non definitive; una ferita ha bisogno di tempo prima di diventare racconto. Se ogni prova viene osservata e giudicata, sarai tentato di scegliere soltanto ciò che sai già fare bene.
Il retroscena non è il luogo nel quale nascondi la tua vera natura agli altri. È il luogo protetto nel quale puoi incontrarla prima di offrirla al mondo. Per questo la solitudine scelta, il silenzio, una relazione confidenziale e uno spazio di ascolto non sono lussi: sono condizioni della maturazione.
Ho parlato della natura narrativa dell’identità anche in La vita che raccontiamo diventa ciò che siamo. Se non disponi di uno spazio nel quale rivedere il racconto, rischi di ripetere per sempre il personaggio che ha ottenuto più applausi.
4) Essere osservati cambia davvero la prestazione.
La presenza di un pubblico non produce un effetto unico. Una classica meta-analisi sulla facilitazione sociale, basata su 241 studi, ha rilevato effetti generalmente piccoli: la presenza degli altri tendeva ad aumentare la velocità nei compiti semplici, mentre poteva ridurre velocità e accuratezza nei compiti complessi.
È una distinzione importante. Se stai eseguendo un gesto allenato, l’energia del pubblico può sostenerti. Se invece stai imparando, esplorando o affrontando qualcosa di difficile, la consapevolezza di essere guardato può occupare una parte della tua attenzione. Non sei più soltanto dentro il gesto: controlli anche come appari mentre lo compi.
Questo spiega perché non tutto debba essere mostrato in tempo reale. Il musicista ha bisogno del concerto, ma anche di ore nelle quali può sbagliare una scala. Il professionista ha bisogno di assumersi la responsabilità del risultato, ma anche di discutere un dubbio senza che ogni esitazione venga iscritta nella sua reputazione. Il bambino ha bisogno di incoraggiamento, non di trasformare ogni gioco in un saggio davanti alla telecamera.
Una vita sana alterna esposizione e ritiro, responsabilità e sperimentazione, parola e silenzio. Non puoi crescere se sei sempre in esame.
5) Quando il controllo divora creatività e apprendimento.
La valutazione ha una funzione: permette di correggere gli errori, proteggere gli altri e migliorare il lavoro. Ma una cosa è ricevere un riscontro delimitato, trasparente e competente; un’altra è vivere sotto osservazione continua, senza sapere quando né secondo quali criteri verrai giudicato.
In due esperimenti, l’attesa di una valutazione da parte di esperti è stata associata a una creatività inferiore in un compito verbale e in uno artistico. Gli autori hanno studiato proprio gli effetti sociali di valutazione e sorveglianza sulla creatività. Il risultato non dimostra che ogni valutazione sia dannosa, ma ricorda che l’invenzione necessita anche di un territorio nel quale l’errore non venga immediatamente esposto.
Lo stesso principio vale nei gruppi. Nel suo studio su 51 squadre di lavoro, Amy Edmondson ha definito la sicurezza psicologica come la convinzione condivisa che sia possibile correre rischi interpersonali. Questa sicurezza risultava associata ai comportamenti di apprendimento: fare domande, discutere problemi e riconoscere gli errori. Puoi consultare la ricerca sulla sicurezza psicologica nei gruppi.
Se devi sembrare sempre competente, nasconderai ciò che non sai. Se un errore equivale a una condanna, imparerai a occultarlo. L’organizzazione vedrà uno spettacolo ordinato, ma perderà le informazioni necessarie per migliorare. Il controllo eccessivo può così produrre una buona rappresentazione del lavoro al posto del buon lavoro.
6) Il pubblico entra dentro di te.
I social non hanno inventato il desiderio di essere visti, ma gli hanno consegnato strumenti potentissimi. Like, visualizzazioni e commenti rendono immediata la risposta della platea. A poco a poco potresti non domandarti più se una cosa è vera, buona o importante per te, ma se funzionerà come contenuto.
È un cambiamento sottile. Prima fotografi un’esperienza perché ti ha toccato; poi inizi a cercare esperienze che possano essere fotografate. Prima condividi un pensiero; poi scegli i pensieri in base alla reazione prevista. Il pubblico non rimane fuori: diventa una voce interiore che anticipa il giudizio e orienta le tue scelte.
Il pericolo non è soltanto apparire migliori di ciò che siamo. È diventare più semplici di ciò che siamo. Davanti a pubblici diversi riuniti nello stesso spazio, tendiamo a scegliere una versione prudente, riconoscibile e ripetibile. Scompaiono sfumature, esitazioni e cambiamenti. La persona si appiattisce nel marchio.
In Social e tecnologia: effetti sulla mente e sul benessere ho ricordato che il rapporto con gli strumenti digitali dipende anche da come li usiamo. Non serve demonizzarli: serve impedire che ogni stanza della vita diventi una vetrina.
7) Come ricostruire il tuo retroscena.
Non devi sparire dal mondo né rinunciare a ogni forma di visibilità. Devi ristabilire confini. Il palcoscenico è utile quando sai dove finisce; il pubblico è prezioso quando non diventa il proprietario della tua identità.
Puoi cominciare con alcune scelte concrete:
- conserva ogni giorno un tempo nel quale non produci, documenti o condividi nulla;
- proteggi almeno una relazione nella quale puoi parlare senza dover risultare brillante, forte o coerente;
- separa l’esercizio dalla prestazione, concedendoti di imparare qualcosa senza mostrarne subito i risultati;
- prima di pubblicare, domandati se desideri davvero condividere o se stai cercando una conferma del tuo valore;
- crea confini visibili tra lavoro e vita privata, spegnendo notifiche e strumenti di controllo quando il lavoro è finito;
- nota quali aspetti di te non trovano mai spazio perché non corrispondono al personaggio abituale.
Non tutto ciò che è intimo deve diventare pubblico per essere vero. Non tutto ciò che è pubblico è falso. La libertà nasce dalla possibilità di scegliere che cosa portare in scena, davanti a chi e per quanto tempo.
Può aiutarti anche tornare alle cose autentiche: esperienze concrete, relazioni incarnate, attività che possiedono valore anche quando nessuno le vede. Sono i luoghi nei quali la vita smette di essere una dimostrazione e torna a essere vissuta.
8) Il luogo nel quale non devi esibirti.
Alcune persone scoprono di non avere più un retroscena. Sono state forti per tutti, disponibili per tutti, efficienti per tutti. Quando finalmente rimangono sole, non sanno che cosa sentono né che cosa desiderano, perché continuano a esaminarsi con lo sguardo degli altri.
Il counseling può offrire uno spazio protetto nel quale non devi sostenere un personaggio. Non sei valutato in base alla tua produttività e non devi portare una versione già ordinata della tua storia. Puoi fermarti, ascoltare ciò che emerge, riconoscere i ruoli diventati troppo stretti e recuperare la libertà di scegliere.
Non si tratta di eliminare il palcoscenico. Abbiamo tutti responsabilità, relazioni e compiti nei quali siamo visibili. Si tratta di ricostruire il passaggio dietro le quinte, affinché il tuo valore non dipenda dagli applausi e la tua identità non coincida con la prestazione.
9) Passa all’azione.
Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.
Iscriviti al canale YouTube terre dell’anima per diventare immortale.
Scopri di più da terre dell’anima
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.