Le sei regole di Erich Fromm per imparare ad ascoltare
1 – Ascoltare non significa aspettare il proprio turno.
Quasi tutti siamo convinti di saper ascoltare. In realtà, molto spesso restiamo in silenzio soltanto perché stiamo preparando la risposta. Mentre l’altro parla, scegliamo l’obiezione, cerchiamo un episodio simile accaduto a noi, formuliamo un consiglio oppure decidiamo in quale categoria collocarlo. Le parole arrivano alle orecchie, ma la persona non viene realmente incontrata.
Erich Fromm considerava l’ascolto un’arte, paragonabile alla comprensione della poesia. Un’arte non è un talento magico posseduto da pochi: richiede disposizione, disciplina, esercizio e una trasformazione di chi la pratica. Le sei regole che Fromm dedica all’ascolto non spiegano soltanto come comportarsi durante una conversazione. Descrivono il tipo di persona che occorre diventare per comprendere un altro essere umano senza usarlo come uno specchio di se stessi.
Il volume postumo L’arte di ascoltare, curato da Rainer Funk a partire da seminari e materiali di Fromm, è registrato nell’edizione italiana Mondadori del 1995 anche nella bibliografia dell’Istituto Erich Fromm di Bologna. Il suo messaggio rimane attuale perché la nostra epoca ha moltiplicato i mezzi per comunicare, ma non necessariamente la capacità di prestare attenzione.
2 – Le sei regole dell’arte di ascoltare.
Le indicazioni di Fromm formano un percorso unitario. Non sono sei trucchi da applicare in successione per sembrare interessati. Ognuna corregge una forma diversa di egocentrismo e prepara la successiva.
2.1 – Concentra interamente l’attenzione.
La prima regola è la concentrazione completa di chi ascolta. Significa smettere, per il tempo della conversazione, di fare altro. Non soltanto posare il telefono, ma interrompere anche il brusio interiore con cui commentiamo, confrontiamo e anticipiamo.
L’attenzione divisa comunica un messaggio molto preciso: «Ti ascolto, ma soltanto finché non accade qualcosa di più interessante». L’attenzione piena dice invece: «In questo momento la tua esperienza merita uno spazio». Non garantisce che capiremo tutto, ma crea la condizione perché qualcosa possa essere capito.
Fromm denunciava già nella cultura del suo tempo la perdita della concentrazione. In un testo conservato dall’archivio del suo lascito letterario osservava che facciamo molte cose contemporaneamente e, di conseguenza, ne accogliamo davvero poche. Oggi questa intuizione è ancora più evidente: notifiche, schermi e conversazioni sovrapposte ci allenano alla reperibilità, non alla presenza.
Ascoltare bene comincia dunque da un gesto concreto: scegliere che, per alcuni minuti, non esiste un altrove più importante.
2.2 – Libera la mente dall’ansia e dall’avidità.
La seconda regola chiede che nulla di importante occupi la mente dell’ascoltatore e che questi sia, per quanto possibile, libero dall’ansia e dall’avidità. Non vuol dire presentarsi senza problemi, desideri o preoccupazioni: sarebbe disumano. Vuol dire accorgersi di ciò che ci domina e non lasciargli guidare la conversazione.
L’ansia vuole arrivare subito a una soluzione. Non tollera le pause, teme l’incertezza e trasforma il dolore altrui in un’emergenza da chiudere. L’avidità, in questo contesto, è il desiderio di ricavare qualcosa dall’incontro: approvazione, gratitudine, prestigio, controllo o la soddisfazione di sentirsi indispensabili.
Se ascolto per dimostrare di essere saggio, non sto ascoltando te: sto costruendo la mia immagine. Se ti consiglio in fretta perché il tuo smarrimento mette a disagio me, sto curando la mia ansia, non la tua difficoltà. L’ascolto disinteressato comincia quando rinuncio a impadronirmi del risultato.
2.3 – Lascia lavorare un’immaginazione libera e concreta.
Per Fromm l’ascoltatore deve possedere un’immaginazione capace di muoversi liberamente e, insieme, abbastanza concreta da tradursi in parole. È un equilibrio delicato. Senza immaginazione restiamo prigionieri del significato letterale; con troppa fantasia rischiamo di inventare una storia che l’altro non ha raccontato.
L’immaginazione buona formula ipotesi leggere. Si domanda: «Come potrebbe essere vivere questa situazione?», ma non conclude: «So esattamente che cosa provi». Cerca immagini e parole capaci di avvicinarsi all’esperienza, poi le restituisce con umiltà: «Mi sembra che tu ti sia sentito escluso; è così?». Lascia sempre all’altro il diritto di correggere.
Questa facoltà è particolarmente importante quando una persona non riesce ancora a nominare ciò che sente. A volte il dolore viene raccontato attraverso dettagli apparentemente secondari, cambi di tono, ripetizioni o silenzi. L’immaginazione aiuta a percepire la forma che sta emergendo senza forzarla dentro una diagnosi.
2.4 – Coltiva un’empatia abbastanza forte da non perderti.
La quarta regola richiede la capacità di sentire l’esperienza dell’altro come se fosse la propria. Le parole decisive sono «come se». L’empatia non consiste nel confondersi con chi parla, assorbirne ogni emozione o raccontargli immediatamente un’esperienza simile. Se elimino la distanza, smetto di incontrare l’altro e torno a incontrare me stesso.
Serve una presenza abbastanza aperta da lasciarsi toccare e abbastanza solida da non essere travolta. Posso avvicinarmi alla tua tristezza senza fingere che sia identica alla mia. Posso sentire la tua paura senza diventare così spaventato da chiederti di rassicurarmi. Posso restare accanto alla tua rabbia senza reagire con un’altra rabbia.
Una ricerca sperimentale sull’ascolto attivo ha rilevato che chi riceve risposte di ascolto attivo tende a sentirsi più compreso rispetto a chi riceve semplici segnali di assenso o consigli. Non basta quindi annuire. Parafrasare con fedeltà, chiedere chiarimenti e mostrare un coinvolgimento reale aiutano la persona a percepire che la sua esperienza è arrivata a destinazione.
2.5 – Comprendere significa amare senza possedere.
Fromm collega l’empatia alla capacità di amare. Non parla di amore romantico, ma del movimento con cui usciamo da noi stessi e raggiungiamo un’altra persona senza temere di perdere la nostra identità.
Questo amore non addolcisce artificialmente tutto ciò che ascolta. Può riconoscere un errore, una responsabilità o una contraddizione. La sua caratteristica non è approvare sempre, ma rifiutare di ridurre l’altro al suo errore. Vede la persona prima della tesi, della scelta sbagliata e persino dell’offesa.
Qui l’ascolto incontra una delle intuizioni centrali del counseling: una relazione non giudicante non è una relazione senza discernimento. Posso non condividere ciò che dici e continuare a cercare il nucleo umano dal quale le tue parole provengono. La differenza sta tra valutare una situazione e pronunciare una sentenza sull’intero valore di una persona.
2.6 – Non separare comprensione e amore.
L’ultima regola raccoglie tutte le precedenti: per Fromm «capire e amare sono inseparabili». Se vengono divisi, la comprensione resta un’operazione puramente cerebrale e la porta dell’incontro essenziale rimane chiusa.
Si può analizzare qualcuno con grande precisione e non comprenderlo affatto. Possiamo individuare i suoi schemi, attribuirgli etichette e prevederne le reazioni, usando questa conoscenza per controllarlo. È una comprensione tecnica, ma non umana. Manca il riconoscimento dell’altro come soggetto libero, non completamente riducibile alle nostre categorie.
Dall’altra parte, un amore senza comprensione rischia di diventare sentimentalismo. Dice sempre di sì, evita le domande difficili e chiama accoglienza la paura del conflitto. L’ascolto maturo tiene insieme calore e lucidità: si lascia toccare, ma continua a vedere.
3 – L’ascolto non è una tecnica per ottenere qualcosa.
Le sei regole mostrano perché l’ascolto fallisce quando viene adoperato come una strategia. Se imparo a guardarti negli occhi, ripetere le tue ultime parole e fare domande soltanto per convincerti, venderti qualcosa o farmi apprezzare, posso imitare i segni esteriori dell’ascolto senza ascoltare davvero.
La persona, prima o poi, percepisce la differenza. L’ascolto autentico non ha fretta di condurre chi parla verso una conclusione stabilita in anticipo. Gli offre un ambiente nel quale può ascoltarsi. È proprio questo uno dei motivi per cui l’ascolto spesso basta: non perché risolva magicamente ogni problema, ma perché consente alla persona di riorganizzare dall’interno la propria esperienza.
Nel counseling questa distinzione è fondamentale. Chi ascolta non deve rubare al cliente il lavoro della scoperta. Può restituire, chiarire e mettere in relazione, ma non dovrebbe sostituire la propria voce a quella dell’altro. Il risultato più importante non è che la persona dica «hai ragione tu», bensì che riesca finalmente a dire con maggiore verità «ora vedo meglio ciò che mi sta accadendo».
Questo è anche il senso più profondo del counseling come presenza: non una fabbrica di consigli, ma un incontro nel quale l’attenzione di due persone permette a una storia di diventare più leggibile.
4 – Una pratica quotidiana per imparare ad ascoltare.
Puoi trasformare le regole di Fromm in un esercizio molto semplice. Scegli una conversazione al giorno nella quale decidi di non interrompere, non consultare il telefono e non preparare mentalmente la risposta. Prima di iniziare, osserva che cosa desideri ottenere: avere ragione, essere ringraziato, far cessare in fretta il disagio? Non giudicare questo desiderio; riconoscilo e mettilo temporaneamente da parte.
Mentre l’altro parla, prova a immaginare la sua esperienza conservando il «come se». Quando pensi di aver compreso, restituisci una frase breve e verificabile. Non dire «so come ti senti», ma «se ho capito bene, la parte più dolorosa è stata non essere preso sul serio». Poi fermati e lascia che l’altro corregga la tua ipotesi.
Alla fine non misurare il successo dalla quantità di consigli dati. Domandati piuttosto se la persona ha potuto dire qualcosa che all’inizio non riusciva a dire, se tu hai scoperto un aspetto che non avevi previsto e se entrambi siete usciti dalla conversazione un poco più liberi.
La tradizione biblica mette l’ascolto all’inizio della vita spirituale: «Ascolta, Israele» (Deuteronomio 6,4). Anche la Lettera di Giacomo invita a essere pronti ad ascoltare e lenti a parlare (Giacomo 1,19). Non è un’esortazione alla passività. Ascoltare è il primo atto con cui smettiamo di trattare la realtà come una semplice estensione dei nostri pensieri.
In una società nella quale le occasioni spontanee di ascolto si sono rarefatte, diventa ancora più importante ricrearle consapevolmente. Ho approfondito questa trasformazione nell’articolo Quando l’ascolto era di casa: ciò che un tempo accadeva naturalmente nelle famiglie e nelle comunità oggi richiede spesso uno spazio scelto e protetto.
5 – Altri spunti dal canale Terre dell’Anima.
- Il potere delle connessioni non giudicanti;
- Recuperare umanità, counseling e ascolto;
- Livello massimo di empatia.
6 – Una lettura per approfondire.
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- Erich Fromm, L’arte di ascoltare.
7 – Quando desideri essere ascoltato davvero.
Se senti il bisogno di mettere ordine in una situazione, attraversare una scelta o trovare parole per qualcosa che porti dentro da tempo, puoi sperimentare uno spazio di counseling con me. Telefona allo 059 761926 per concordare un primo incontro, che potrà svolgersi anche a distanza.
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Quando ti sei sentito ascoltato davvero l’ultima volta? Puoi raccontarlo nei commenti oppure lasciarmi una domanda: ti risponderò volentieri.
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