I quattro desideri infiniti secondo Bertrand Russell

I quattro desideri infiniti secondo Bertrand Russell

1) Il desiderio non è un difetto da correggere.

Desiderare significa essere vivi. Ti alzi perché desideri qualcosa: nutrirti, incontrare qualcuno, portare a termine un lavoro, trovare pace, essere amato, capire. Anche quando rinunci a un piacere per senso del dovere, in fondo desideri essere fedele a un valore che ritieni più importante.

Il problema, dunque, non è il desiderio in sé. Il problema nasce quando non sai più che cosa ti sta muovendo. In quel momento puoi raccontarti di agire per giustizia mentre stai cercando di vincere, di accumulare per prudenza mentre sei governato dalla paura, di aiutare qualcuno mentre vuoi controllarlo. Il desiderio non riconosciuto si traveste facilmente da principio morale.

Bertrand Russell offre una mappa sorprendentemente attuale di questo territorio. Non è una diagnosi clinica e non pretende di esaurire la complessità della persona. È una lente filosofica: semplice abbastanza da essere ricordata, profonda abbastanza da mettere in discussione molte delle nostre azioni quotidiane.

2) La lezione di Russell del 1950.

Nel 1950 Bertrand Russell ricevette il premio Nobel per la letteratura per i suoi scritti a difesa degli ideali umanitari e della libertà di pensiero. L’11 dicembre tenne la lezione ufficiale del Nobel, intitolata «Quali desideri sono politicamente importanti?».

Russell osservò che condizioni economiche, istituzioni e statistiche non bastano a spiegare la condotta umana. Per comprendere ciò che una persona o un popolo farà, bisogna conoscere anche il sistema dei suoi desideri e la forza relativa che ciascuno di essi possiede.

Distinse i bisogni che possono essere temporaneamente soddisfatti — come la fame — da alcuni desideri che chiamò, in sostanza, infiniti. Sono desideri che non contengono da soli la misura del «basta». Più li alimenti, più tendono a chiedere altro. Ne indicò quattro: brama di possesso, rivalità, vanità e amore del potere.

3) Il primo desiderio infinito: possedere.

Il primo impulso è voler acquisire quanto più possibile: denaro, beni, titoli, garanzie, riserve. Russell ne vedeva l’origine in una combinazione di paura e bisogno di sicurezza. Accumulare può essere ragionevole; diventa una schiavitù quando nessuna quantità riesce più a rassicurarti.

La domanda decisiva non è «Quanto possiedo?», ma «Che cosa temo accadrebbe se smettessi di accumulare?». Dietro una corsa apparentemente economica può esserci la paura della povertà, della dipendenza, dell’irrilevanza o della morte. Il possesso promette di renderti inattaccabile, ma nessun oggetto può eliminare completamente la vulnerabilità dell’esistenza.

Questa fame compare anche fuori dal denaro. Puoi collezionare relazioni, diplomi, esperienze, informazioni, libri mai letti o impegni che non desideri davvero. In tutti questi casi il gesto è lo stesso: aggiungere qualcosa fuori di te nella speranza che finalmente dentro di te si produca la sensazione di essere al sicuro.

4) Il secondo desiderio: prevalere sul rivale.

La rivalità è più sottile del possesso. Non le basta che tu abbia abbastanza: vuole che tu abbia più dell’altro, o che l’altro abbia meno di te. Per questo può spingerti persino a sopportare una perdita, purché il tuo avversario perda di più.

È il meccanismo del confronto che trasforma un risultato buono in una sconfitta non appena scopri che qualcuno ha ottenuto di meglio. Il tuo stipendio, il tuo corpo, la tua casa, la tua relazione o il tuo seguito sui social sembravano adeguati fino a un minuto prima; poi lo sguardo si è spostato lateralmente e la serenità è scomparsa.

La rivalità può stimolare l’impegno, ma quando diventa identità ti impedisce di sapere che cosa vuoi davvero. Non corri più verso la tua meta: corri per non essere superato. La vita dell’altro diventa il metro della tua e, senza accorgertene, gli consegni il potere di decidere se puoi essere soddisfatto.

5) Il terzo desiderio: essere visti.

Russell chiama vanità il bisogno di ricevere attenzione, riconoscimento e gloria. È il nostro eterno «guardami». Non riguarda soltanto chi cerca la celebrità. Compare ogni volta che il valore di un gesto dipende più dall’applauso che dal gesto stesso.

Desiderare riconoscimento è umano. Siamo esseri relazionali e abbiamo bisogno che qualcuno ci veda. La difficoltà nasce quando l’approvazione non nutre più, ma aumenta la fame. Ogni conferma deve allora essere seguita da una conferma maggiore; ogni silenzio viene interpretato come una diminuzione del proprio valore.

I social hanno reso questa dinamica misurabile in tempo reale: visualizzazioni, reazioni, commenti, follower. Ma il contatore esterno non ha un numero capace di dichiararti finalmente abbastanza. Se non costruisci un criterio interiore, puoi passare la vita su un palcoscenico. A questo proposito, può esserti utile leggere anche Non puoi vivere sempre sul palcoscenico.

6) Il quarto desiderio: esercitare potere.

Per Russell l’amore del potere è il più forte dei quattro, soprattutto nelle persone capaci di incidere sugli eventi. Non coincide con la vanità: puoi desiderare fama senza comandare e comandare senza comparire. Il potere vuole ottenere che la realtà, e spesso le altre persone, si conformino alla tua volontà.

La sua caratteristica più pericolosa è che l’esperienza del potere tende ad accrescerne il gusto. Anche una piccola autorità può diventare una tentazione: dire di no quando potresti dire di sì, trattenere un’informazione, far aspettare, imporre un passaggio inutile, decidere per qualcuno «per il suo bene».

Eppure Russell non condanna il potere in blocco. La capacità di trasformare il mondo può essere messa al servizio della conoscenza, della tecnica, della cura e della riforma sociale. La questione non è se possiedi potere, ma quale fine gli assegni e quali limiti accetti. Il potere maturo aumenta la possibilità di agire anche degli altri; quello immaturo ha bisogno di ridurli per sentirsi grande.

7) Quattro desideri, una stessa inquietudine.

Possesso, rivalità, vanità e potere sembrano diversi, ma spesso condividono una radice: la paura di non essere abbastanza. Non abbastanza sicuro, non abbastanza avanti, non abbastanza visibile, non abbastanza influente.

Quando provi a curare questa paura con un desiderio infinito, entri in un circuito senza uscita. Ogni risultato offre sollievo per poco tempo e poi alza la soglia. Hai di più, ma adesso devi proteggere ciò che hai. Hai vinto, ma compare un nuovo rivale. Sei stato applaudito, ma temi il prossimo silenzio. Hai ottenuto controllo, ma la libertà altrui continua a minacciarlo.

La crescita interiore comincia quando smetti di domandare a una quantità esterna di risolvere una ferita qualitativa. A volte non hai bisogno di ottenere ancora qualcosa: hai bisogno di ascoltare la parte di te convinta che senza quella cosa non avrebbe valore.

8) Il desiderio si governa conoscendolo.

Reprimere questi impulsi non basta. Puoi dichiararti disinteressato e continuare a desiderare possesso sotto forma di superiorità morale. Puoi rifiutare la competizione e voler essere ammirato proprio per la tua modestia. Puoi rinunciare a un ruolo ufficiale e controllare gli altri attraverso il senso di colpa.

La consapevolezza è più onesta della negazione. Ti permette di dire: «In questo momento voglio vincere», «Sto cercando approvazione», «Vorrei che questa persona facesse ciò che dico io». Nominare un desiderio non significa obbedirgli. Significa creare lo spazio nel quale puoi scegliere.

È la stessa differenza che esiste tra giudicare e osservare. Il giudizio irrigidisce, assegna colpe e prepara la rabbia; l’osservazione raccoglie informazioni e conserva possibilità. Se vuoi approfondire questo passaggio, trovi una riflessione in Il giudizio avvelena chi lo pronuncia.

9) Un esercizio per riconoscere ciò che ti muove.

Scegli una decisione che ti occupa molto in questi giorni. Può riguardare il lavoro, una relazione, un acquisto, un conflitto o la tua presenza online. Scrivi ciò che dici di volere, poi prova a interrogare con sincerità i quattro desideri:

  • possesso: che cosa voglio ottenere o trattenere, e quale paura dovrebbe calmare?;
  • rivalità: cambierei decisione se nessuno potesse confrontare il mio risultato con quello degli altri?;
  • vanità: lo desidererei ancora se nessuno lo sapesse e nessuno mi applaudisse?;
  • potere: sto cercando di agire sulla realtà o di privare qualcun altro della libertà di scegliere?

Non usare le risposte per accusarti. Questi impulsi appartengono alla condizione umana. Usale per distinguere il desiderio autentico dalle sue compensazioni. Potresti scoprire che vuoi davvero quel risultato, ma per ragioni diverse da quelle che raccontavi; oppure che stai investendo moltissima energia in una meta che non ti appartiene.

10) Dal desiderio infinito al desiderio orientato.

Un desiderio infinito non va necessariamente eliminato: può essere trasformato dandogli una direzione e un limite. Il possesso può diventare cura delle risorse. La rivalità può diventare confronto con la tua versione di ieri. La vanità può diventare gioia di esprimerti e di offrire qualcosa. Il potere può diventare capacità di assumerti responsabilità e produrre un cambiamento buono.

Per farlo servono criteri scelti prima che la fame prenda il comando. Che cosa significa, concretamente, «abbastanza»? Quale prezzo non vuoi pagare? Quale valore viene prima della vittoria? Come userai il tuo potere senza umiliare? A chi permetti di dirti che stai oltrepassando il limite?

Desiderare bene è un’arte. Non consiste nel desiderare poco, ma nel riconoscere che cosa merita la tua energia e nel non affidare la tua pace a qualcosa che, per sua natura, non sa mai dire basta. Su questo tema puoi leggere anche L’arte di desiderare.

11) L’intelligenza di cui parla Russell.

Russell conclude la sua lezione sostenendo che, se la sua analisi è corretta, ciò di cui il mondo ha soprattutto bisogno per essere più felice è intelligenza, e che l’intelligenza può essere coltivata mediante l’educazione. Non intende soltanto la capacità di calcolare o argomentare. Serve un’intelligenza capace di guardare sotto le nobili giustificazioni e riconoscere le passioni realmente all’opera.

Questa forma di lucidità non rende freddi. Al contrario, può renderci più compassionevoli. Se riconosci in te il desiderio di possedere, prevalere, apparire e controllare, smetti di considerarti totalmente diverso da chi ne è dominato. Comprendere la radice comune non significa giustificare ogni condotta; significa intervenire prima che l’impulso diventi destino.

Nel counseling questo lavoro avviene spesso attraverso domande, riformulazioni e connessioni. Non ti viene consegnata una sentenza su ciò che devi volere. Vieni aiutato ad ascoltare il sistema dei tuoi desideri, a distinguere la paura dal valore e a recuperare la libertà di orientare la tua energia.

12) Passa all’azione.

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Quale dei quattro desideri riconosci più spesso nelle tue scelte? Raccontamelo nei commenti o lascia la tua domanda: ti rispondo volentieri.


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