Shoji Morimoto e il valore di esserci senza fare

Shoji Morimoto e il valore di esserci senza fare

1 – L’uomo che si fa pagare per non fare niente.

A Tokyo vive un uomo che ha trasformato in un lavoro una delle attività meno riconosciute e, forse, più necessarie del nostro tempo: esserci. Si chiama Shoji Morimoto e dal 2018 offre un servizio noto come Rental Nanmo Shinai Hito, cioè, più o meno, «la persona a noleggio che non fa niente».

Il nome è volutamente paradossale. Morimoto non trasloca mobili, non svolge commissioni, non impartisce lezioni e non promette di risolvere problemi. Accetta di raggiungere una persona, accompagnarla, mangiare con lei, ascoltarla o condividere un tratto di tempo. Se interpellato risponde in modo essenziale; per il resto, rimane presente.

L’idea nacque dopo un’esperienza lavorativa dolorosa. Secondo la ricostruzione contenuta nel suo libro Rental Person Who Does Nothing, un superiore gli aveva detto che il suo contributo non aveva valore e che la sua presenza o assenza non faceva differenza. Morimoto prese quella svalutazione e la rovesciò: se agli occhi di qualcuno «non fare niente» era la sua caratteristica, avrebbe verificato se proprio quel niente potesse servire a qualcun altro.

2 – Che cosa della storia è documentato.

La storia è vera, anche se il racconto circolato sui social mescola episodi ben attestati ad altri difficili da ricondurre a una fonte precisa. Il servizio iniziò nel giugno 2018 con un annuncio su Twitter, il social network oggi chiamato X. In principio Morimoto chiedeva soltanto il rimborso delle spese; in seguito introdusse un compenso per l’incontro.

Nel settembre 2022 un servizio dell’agenzia Reuters riferiva che aveva già ricevuto oltre quattromila incarichi e che chiedeva diecimila yen per appuntamento, oltre alle spese. Circa un quarto dei clienti era tornato a cercarlo più volte. Una persona lo aveva ingaggiato centinaia di volte: un dato che dice quanto possa diventare importante una presenza priva di pretese.

Tra gli episodi confermati ci sono l’accompagnamento di una persona alla consegna dei documenti per il divorzio, l’attesa al traguardo di una maratona, la presenza accanto a chi aveva paura di recarsi al lavoro e il saluto dalla banchina a qualcuno che partiva in treno. Il servizio ha ispirato libri, fumetti e nel 2020 anche una serie televisiva di TV Tokyo.

Non occorre abbellire ulteriormente la vicenda. Sono già sufficienti questi fatti per porre una domanda enorme: che cosa riceviamo davvero quando qualcuno non può cambiare ciò che ci sta accadendo, ma sceglie di non lasciarci soli mentre accade?

3 – Il suo «niente» è in realtà una presenza.

Dire che Morimoto non fa niente è efficace per attirare l’attenzione, ma non è del tutto vero. Egli offre tempo, puntualità, disponibilità, ascolto e una forma minima di affidabilità. Soprattutto, diventa testimone di un passaggio della vita altrui.

Ci sono esperienze che nessuno può vivere al posto nostro. Nessuno può sostenere un esame medico per noi, firmare interiormente il nostro divorzio, affrontare la nostra paura o partire davvero al nostro posto. Un’altra persona, però, può camminare fino alla porta insieme a noi, aspettarci fuori, sedersi accanto senza riempire ogni silenzio. Il problema resta nostro, ma non siamo più gli unici esseri umani presenti davanti a quel problema.

Una presenza modifica la qualità dell’esperienza anche quando non ne cambia l’esito. Non elimina il peso, ma impedisce che il peso coincida con l’abbandono. A volte è questo il primo aiuto possibile; a volte è persino il più rispettoso.

4 – La fretta di aiutare può diventare un altro peso.

Quando una persona ci racconta qualcosa di difficile, molti di noi avvertono subito l’obbligo di produrre una soluzione. Diamo consigli, raccontiamo un caso simile, invitiamo a pensare positivo, spieghiamo che cosa faremmo al suo posto. Spesso lo facciamo con affetto, ma non sempre stiamo davvero incontrando chi abbiamo davanti. Talvolta stiamo cercando di ridurre il nostro disagio davanti al suo dolore.

Il consiglio prematuro può contenere un messaggio involontario: «Non dovresti sentirti così; devi uscire presto da questa condizione». Alla sofferenza originaria si aggiungono allora la sensazione di essere sbagliati e la fatica di rassicurare chi voleva rassicurarci.

Esserci senza invadere richiede più disciplina di quanta ne richieda parlare. Significa tollerare di non sapere, non usare l’altro per dimostrare la nostra bravura e non trasformare ogni ferita in un problema da riparare immediatamente. Il silenzio, quando è attento e abitato, non è indifferenza: è spazio lasciato alla verità dell’altro.

5 – L’analogia con il counseling.

Il servizio di Morimoto non è counseling e sarebbe scorretto confondere le due cose. Egli non si presenta come counselor, non propone un percorso professionale e non lavora dichiaratamente con un metodo di relazione d’aiuto. L’analogia, tuttavia, è molto forte: anche nel counseling una parte decisiva del lavoro consiste nello stare accanto a una persona mentre attraversa un momento difficile, senza sostituirsi a lei e senza pretendere di amministrarne la vita.

Il counselor non è una macchina distributrice di consigli. Offre un tempo protetto, ascolta, restituisce domande e punti di vista, aiuta la persona a riconoscere ciò che prova e le risorse che possiede. Non decide al suo posto; crea le condizioni perché essa possa tornare a udire la propria voce.

In passato questa funzione era spesso svolta, almeno in parte, da persone che rimanevano disponibili nelle case e nelle comunità. Ne ho parlato nell’articolo Quando l’ascolto era di casa e nacque il counseling. Oggi siamo connessi quasi ininterrottamente, ma incontriamo di rado qualcuno che abbia davvero tempo. Per questo una presenza professionale non è la mercificazione dell’amicizia: può essere la risposta concreta a una solitudine che la società contemporanea ha contribuito a produrre.

6 – «Portare un peso insieme»: una bella immagine, non l’etimologia.

In alcuni ambienti formativi si sente dire che counseling significherebbe etimologicamente «portare un peso insieme». È una spiegazione suggestiva e descrive bene ciò che può accadere in una relazione d’aiuto, ma non è l’origine storica documentata della parola.

Il termine inglese counsel giunge attraverso l’antico francese conseil e risale al latino consilium: deliberazione, consultazione, consiglio, progetto. Il dizionario latino di Lewis e Short rende uno dei suoi significati con l’immagine del «considerare insieme». L’etimologia precisa della radice latina è discussa, ma nessuna fonte autorevole vi riconosce letteralmente il trasporto di un peso.

Possiamo dunque conservare quell’immagine purché la chiamiamo per ciò che è: una metafora, non una traduzione. Nel counseling il professionista non si carica la vita dell’altro sulle spalle, né gli sottrae la responsabilità del proprio cammino. Per un tempo concordato, però, si avvicina al suo peso. Lo aiuta a guardarlo, a nominarlo e a trovare una posizione dalla quale possa essere portato senza esserne schiacciati. Il peso rimane della persona, ma non viene più contemplato nella solitudine assoluta.

7 – Non fare al posto dell’altro è una forma di rispetto.

L’aiuto più vistoso non è necessariamente il più utile. Fare al posto di qualcuno può diventare indispensabile in un’emergenza o davanti a un bisogno materiale concreto; in molti passaggi interiori, invece, sottrarre all’altro ogni fatica significa sottrargli anche la possibilità di scoprire la propria forza.

La presenza buona non abbandona e non occupa. Sta abbastanza vicina da sostenere, abbastanza indietro da lasciare libertà. È la differenza tra accompagnare una persona alla porta e attraversare la porta fingendo di essere lei.

Anche per questo un professionista serio conosce e dichiara i propri limiti. La disponibilità continua di un assistente digitale può apparire più comoda, ma la relazione umana comprende confini, responsabilità e separazioni. Nell’approfondimento Meglio un counselor o un chatbot? Il valore del limite ho spiegato perché proprio il limite può rendere prezioso un incontro.

8 – Il silenzio che non abbandona.

Esistono almeno due silenzi molto diversi. C’è il silenzio di chi si ritira, non vuole sapere e lascia l’altro solo. E c’è il silenzio di chi rimane, presta attenzione e non colonizza l’esperienza altrui con parole superflue.

Il secondo silenzio comunica: «Non devo aggiustarti per poterti stare vicino». È particolarmente prezioso davanti al lutto, alla separazione, alla paura, alla vergogna e alle decisioni che non sono ancora mature. In questi momenti una frase brillante può essere meno utile di uno sguardo stabile, di una domanda semplice o di un appuntamento mantenuto.

Ma ascoltare non equivale a spegnersi. È un’attività esigente, fatta di presenza, concentrazione, empatia e capacità di sospendere il proprio giudizio. Le sei regole di Erich Fromm per imparare ad ascoltare ricordano che la comprensione dell’altro richiede una disponibilità interiore molto più profonda del semplice tacere.

9 – Come puoi stare accanto a qualcuno senza invaderlo.

Non devi imitare Morimoto né trasformare ogni amicizia in una professione. Puoi, però, recuperare nella vita quotidiana il valore della compagnia non produttiva. Prima di offrire una soluzione, puoi chiedere: «Vuoi che proviamo a capire che cosa fare, oppure preferisci che io ti ascolti?». Questa domanda evita molti equivoci perché lascia all’altra persona il diritto di dire di che cosa ha bisogno.

Puoi proporre una presenza concreta e limitata: accompagnare qualcuno a una visita, aspettarlo durante una telefonata difficile, fare una passeggiata, bere un caffè senza interrogatori, rimanere collegato mentre porta a termine un compito che teme. È importante promettere soltanto ciò che puoi mantenere. Una presenza piccola ma affidabile vale più di una grande disponibilità annunciata e poi ritirata.

E puoi imparare a non considerare il silenzio un fallimento. Se l’altra persona non vuole parlare, non significa necessariamente che la tua presenza sia inutile. Potrebbe aver bisogno di sentire, prima di tutto, che non deve esibirsi, spiegarsi o migliorare per meritare compagnia.

10 – La presenza non sostituisce ogni altro aiuto.

La lezione di Morimoto non va trasformata in un nuovo assoluto. A volte non basta esserci: occorre intervenire, proteggere, accompagnare verso un servizio competente o chiedere aiuto. Una situazione di violenza, un rischio immediato, un disturbo clinico, un problema medico o una questione legale richiedono professionisti e azioni adeguate.

Anche il counseling ha un campo proprio e confini precisi. Non sostituisce la psicoterapia, la medicina, l’assistenza sociale o l’intervento di emergenza. Può però offrire uno spazio di ascolto e di crescita nei passaggi nei quali una persona ha bisogno di orientarsi, elaborare un’esperienza, recuperare consapevolezza e rimettere in movimento le proprie risorse.

Riconoscere un limite non sminuisce la presenza: la rende responsabile. Stare accanto significa anche capire quando è il momento di chiamare qualcun altro e, se possibile, non lasciare sola la persona durante quel passaggio.

11 – Un video su counseling e ascolto.

Nel canale video di Terre dell’Anima trovi anche Recuperare umanità, counseling, ascolto, una breve riflessione sul rapporto tra la qualità dell’ascolto e la possibilità di costruire relazioni più umane.

12 – Cinque libri per approfondire il counseling.

Questi cinque libri aiutano a comprendere il counseling come relazione, ascolto e accompagnamento. I collegamenti sono affiliati: se acquisti tramite essi potrei ricevere una piccola commissione, senza costi aggiuntivi per te.

13 – Se hai bisogno di una presenza che sappia ascoltare.

Se stai attraversando un momento difficile e senti che consigli, frasi fatte e soluzioni immediate non sono ciò che ti serve, puoi chiamarmi allo 059 761926 per fissare un primo incontro di counseling, anche a distanza. Potremo capire insieme se questo spazio di ascolto è adatto al momento che stai vivendo.

Non sempre hai bisogno di qualcuno che ti indichi la strada: a volte ti serve una presenza che ti aiuti a riconoscere la tua.

Ti è mai capitato di ricevere un aiuto decisivo da una persona che, apparentemente, non aveva fatto altro che esserci? Raccontamelo nei commenti.


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