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Counseling e arcani: serata del corso psicoastrologia.

Ops, we did it again!

Nella serata di lunedì 29 aprile 2024, all’interno del corso di psicoastrologia di doc Gianluca Ruggeri, abbiamo tenuto una nuova serata, dopo quella dell’edizione precedente, di cui puoi ascoltare la registrazione qui, in cui torniamo ad affrontare il tema del counseling, dell’ascolto e delle relazioni nella società e nel mondo di oggi, con i soliti riferimenti culturali e bibliografici.

«Una cosa che facciamo a volte di fronte a conversazioni difficili, è cercare di migliorare le cose. Cercare di porle in una buona luce. Ma se io condivido qualcosa di molto duro con te preferirei che mi dicessi “non so nemmeno cosa dire in questo momento ma sono felice che tu me ne abbia parlato”. Perché la verità è che raramente una risposta può migliorare le cose. Quello che migliora le cose è la connessione» (Brené Brown)

Note bibliografiche e altri riferimenti.

Ecco i tuoi «compiti a casa»:

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 «Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi» (Franz Kafka)

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  • Gianluca Ruggeri, psicologo clinico, 338 9331836 – sito web
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Fuga da New York.

L’efficienza é sopravvalutata e, in realtà, dal punto di vista esistenziale, sottende un tipo d’uomo, quello contemporaneo, che non è più in grado di intrattenersi con se stesso e gli altri e deve dedicarsi continuamente a far qualcosa, fosse anche scavare una buca per poi riempirla, scavarla di nuovo e così via in un ciclo infinito, che ricorda quello del povero Sisifo.

Il lavoro, divenuto ossessione, si è mangiato quote importanti di umanità, senza tuttavia restituire niente in cambio, considerato che le fluttuazioni nel conto corrente di molti di noi non hanno alcuna influenza sul modo in cui poi in fin dei conti conduciamo la vita.

Col lavoro, finiamo per consumare noi stessi, diveniamo più fragili, insicuri, stanchi, deboli e arriviamo così a cercare una persona con cui confidarci, abbiamo bisogno di ascolto, solo che le persone della nostra vita, quelle che potrebbero darci l’ascolto di cui abbiamo bisogno, sono a loro volta indaffarate, o a casa in lavori di concetto che depredano per loro tutta l’attenzione o fuori casa, lontano.

Per milioni di anni le donne, restando a casa, hanno fatto da curatrici e ascoltatrici delle anime di tutta la famiglia, ma oggi se cerchi una nonna, una mamma o una sorella che ti ascolti mentre sgrana piselli, mette su il brodo o fa la conserva di pomodoro – e magari intanto la aiuti – non la trovi più.

Tutte le donne sono state mandate a lavorare, dopo che, nel corso dei due grandi conflitti mondiali, si era visto che erano molto più docili e affidabili dei maschi e quindi, hanno pensato i padroni, perché non sfruttarle?

Una volta il padrone doveva pagare al padre, il capo famiglia, uno stipendio che consentisse di mantenere tutta la sua famiglia – se ci guardi, é un principio scritto chiaro e tondo in Costituzione.

Oggi, per avere uno stipendio peraltro anche più basso, bisogna lavorare in due.

Così i padroni hanno avuto, pagando uno stesso stipendio, un lavoratore in più (paghi uno prendi due) e per giunta molto più arrendevole, acquiescente e disponibile di un operaio o impiegato maschio.

Per loro è stato un affarone, esattamente come la società
multirazziale di adesso.

Ma solo per loro.

Per la società é stato un disastro. Case che vanno in malora, bambini di sei mesi che vengono messi nei nidi, così le mamme possono andare a fare delle fatture col computer, cibo spazzatura, tradizioni che muoiono e, soprattutto, una casa di fatto morta dove, quando ne avresti bisogno, non c’è più nessuno che ti può ascoltare.

É così che sta cadendo l’impero statunitense, e tutte le sue colonie, tra cui anche l’Italia: le persone si stanno sempre più chiedendo ma io che razzo ci vado a fare a lavorare tutto il giorno, tutti i giorni, se la cosa e la vita non hanno più senso?

Non si va a lavorare solo per uno stipendio: si va perché il lavoro fa parte del tuo progetto, perché pensi che migliorerà te, la tua famiglia, il tuo paese.

Ma noi ormai sono decenni che stiamo girando in tondo e, anche imbottendoci come stiamo facendo di psicofarmaci, non ce lo possiamo più nascondere.

Grazie al razzo che i sociologi parlano di great resignation, le grandi dimissioni, il fenomeno per cui sempre più persone si licenziano da «buoni» posti di lavoro senza disporre di posti alternativi, che in effetti è un fenomeno inedito.

Ma anche io, se il mio lavoro, che di base é quello di aiutare gli altri, come avvocato o come counselor, smettesse di avere senso e utilità, smetterei di farlo e andrei a vivere in camper e vaffanq-lo, come sempre più persone stanno facendo – altro grande fenomeno per i sociologi che, non capendo niente di anima, se ne meravigliano pure.

Il punto é che il capitalismo in Occidente, senza i necessari correttivi materiali e spirituali, ha costruito una società orribile e la gente, giustamente, non vuole più viverci dentro.

Non c’è niente che non sia marcio da decenni: giornalismo, sanità, scuola, giustizia, politica; non credo di doverti fare degli esempi.

Chi prende le vie brevi e si impicca, come la mia amica Francesca, e chi invece si licenzia e va a vivere appunto in camper, di ciò si può meravigliare solo chi non conosce l’uomo nemmeno un po’.

Evviva noi.

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counselor risponde

Adolescente che taccheggia con i soldi in tasca: che fare?

DOMANDA – Sono una mamma profondamente delusa dal comportamento di mia figlia adolescente, di anni 13 … con la paghetta in tasca, è stata pizzicata a rubare due trucchi del valore di 7 euro in un grande magazzino … la moda tra le ragazzine che si atteggiano a grandi è questa, qui a Parma … ora, io non so come gestire questa situazione, ho attivato un piano di punizioni esemplari, ma vedo che a distanza di tre giorni mia figlia la prende alla leggera, non capisce la gravità delle sue azioni … Come e cosa posso fare per aiutarla?

— RISPOSTA – La ragione sceglie, ma è sempre l’emozione che decide…

Come hai già giustamente intuito, il comportamento di tua figlia non ha senso dal punto di vista logico razionale, dal momento che i beni che ha sottratto avrebbe potuto pagarli benissimo con i soldi che aveva peraltro già in tasca e che non aveva nemmeno bisogno di chiederti. Oltre a ciò, si tratta di cose sostanzialmente poco rilevanti, non di beni il cui acquisto si potrebbe desiderare di voler tenere nascosto, per cui davvero una spiegazione razionale non c’è.

Sempre come hai intuito tu stessa, è un comportamento molto probabilmente legato all’adolescenza, una fase difficile in cui non si può più essere bambini ma per molto tempo e per molti aspetti non si riesce ancora ad essere adulti, non solo per i motivi più evidenti, ma anche per una questione di identità: non si sa ancora che tipo di adulto si vuole essere.

Dal tuo racconto emerge poi un altro elemento che a mio giudizio è, anch’esso, azzeccato e cioè l’influenza del gruppo, una cosa che, nel momento in cui l’hai messa a fuoco, ti ha fatto provare un certo fastidio, perché il gruppo delle amicizie e delle relazioni si pone, ed è questo un connotato tipico della fase dell’adolescenza, in modo antagonista rispetto alla famiglia.

Quando il figlio è ancora completamente bambino, prima dell’adolescenza, infatti, il riferimento è tendenzialmente solo la famiglia – anche se c’è da dire che la famiglia stessa, spesso, non è così univoca come si tenderebbe a pensare. Successivamente, il riferimento diventa giocoforza quello dei coetanei e questo in sé e fisiologico perché è evidente che nella fase della maturazione le relazioni più significative, ferma restando l’importanza della famiglia, sono destinate ad essere quelle di amicizia o sentimentali che la persona si costruisce man mano fuori dal nucleo originario.

Ma qual è l’emozione che ha determinato tua figlia a compiere questo gesto?

Non è facile saperlo.

Nella mia esperienza come avvocato, ricordo ad esempio il caso di Sara, una minorenne magrebina, una bellissima ragazza tra l’altro, che aveva rubato un maglione in una grande catena di abbigliamento non perché la famiglia non disponesse di risorse economiche per acquistarlo regolarmente, ma come gesto di ribellione contro il padre che insisteva per imporle le regole rigide e tradizionali del costume islamico in un paese come l’Italia tuttavia settato su costumi radicalmente diversi, con conseguente disagio della ragazza e profonda difficoltà di relazione con i suoi coetanei. In quel caso, non fu difficile capire cosa l’aveva motivata: anziché parlare del suo gesto e delle sue possibili conseguenze, non faceva altro che parlare del padre e di come lei non sentisse che lui potesse mai comprendere le sue difficoltà a vivere da «islamica» in un occidente secolarizzato. Quando hai dei genitori troppo rigidi, che magari diventano isterici quando la tua gonna è troppo corta di due centimetri in meno, che cosa fai? Procuri uno scandalo a vedere se, con un male «maggiore», la piantano di essere così fiscali con te.

Questo è solo un esempio, nel caso di tua figlia le motivazioni possono essere diverse.

Non ho niente in contrario, in linea di principio, rispetto al piano di punizioni che hai progettato, ma credo che prima di passare allo stesso l’opportunità potrebbe essere quella di ascoltare in maniera autentica tua figlia.

L’ascolto è alla base di ogni relazione, tanto che, come dico sempre nelle mie sedute di counseling, quando l’ascolto manca, non c’è nemmeno la relazione, non c’è la connessione.

Purtroppo l’ascolto è difficile, perché… Per mille motivi.

C’è un film molto bello di Ettore Scola, con una scena meravigliosa, interpretato, pensa, da Marcello Mastroianni, che fa il padre, e Massimo Troisi, che fa il figlio. Ad un certo punto il padre, che era andato a trovare il figlio che mi pare stesse svolgendo il servizio militare, se la prende col figlio e gli dice una cosa tipo (vado a memoria e i dialoghi potrebbero non essere esatti) «Ma insomma, parliamo un po’, io e te, non parliamo, non parli con me, vedo che con gli altri sei espansivo, parli con tutti, sei aperto»; a questa battuta, il figlio, interpretato da Troisi (grande genio) risponde con una battuta memorabile delle sue «Ma con gli altri è facile parlare, è con il padre che è difficile».

Questo è molto vero ed è uno dei primi motivi per cui l’ascolto tra genitori e figli è più difficile. Sembra un paradosso, poter parlare e farsi ascoltare meglio dagli estranei che dai e coi propri genitori, ma credo che quella battuta colga una verità.

Come non ricordare anche la celebre battuta di Blanche DuBois nel dramma di Tennessee Williams «Un tram chiamato desiderio»: «Ho sempre confidato nella cortesia degli sconosciuti». Nel suo caso esprimeva in modo sottile ma acutissimo il disagio che Blanche viveva in casa, in famiglia, famiglia che non è sempre e non per tutti è il luogo del riparo, del rifugio, ma è volta, tutto al contrario, la sede del disagio e della sofferenza. Ma vale anche in generale per tutti: è più facile parlare con chi non rappresenta niente per noi che con le persone con cui siamo in relazione.

Un altro motivo per cui l’ascolto è difficile è che a volte, come in questo caso, si tratta di soffermarsi su circostanze spiacevoli. Tutti vorremmo parlare o sentirci raccontare cose positive, a volte tuttavia tocca far compagnia agli altri che sono in relazione con noi in circostanze, o anche solo stati d’animo, negativi.

Del resto, gli amici che sono disposti a farci compagnia solo quando siamo felici, in bolla, ottimisti, allegri non valgono poi così tanto come amici…

Poi l’ascolto è difficile perché noi esseri umani abbiamo la tendenza al giudizio, cioè la tendenza ad esprimere valutazioni sull’identità della persona che ci sta raccontato i fatti o le emozioni della sua vita. Il giudizio, l’ho detto mille volte e lo ripeterò ancora tantissime altre, è un veleno che intossica per primo chi lo pratica.

Quindi, se vuoi stare bene e se vuoi essere in grado di prestare un ascolto autentico, la cosa su cui puoi lavorare è quella di liberarti il più possibile dal giudizio.

Anche quando un genitore si è liberato il più possibile dal giudizio, un figlio ha sempre paura, quando parla con un genitore, di essere o sentirsi giudicato. I genitori, purtroppo, a volte vengono visti come conservatori, produttori di punizioni, non invece come persone la connessione con le quali può essere salvifica rispetto alla risoluzione dei nostri problemi.

Questo è un grande peccato, perché non sono le soluzioni materiali a darci pace, ma solo le connessioni.

«È sorprendente il modo in cui i problemi che sembravano insolubili diventano risolvibili quando qualcuno ti ascolta» (Carl Rogers).

«Una cosa che facciamo a volte di fronte a conversazioni difficili, è cercare di migliorare le cose. Cercare di porle in una buona luce. Ma se io condivido qualcosa di molto duro con te preferirei che mi dicessi “non so nemmeno cosa dire in questo momento ma sono felice che tu me ne abbia parlato”. Perché la verità è che raramente una risposta può migliorare le cose. Quello che migliora le cose è la connessione»(Brené Brown).

Sai che il counseling è sempre fatto di domande e la domanda con cui ti lascio è questa:

Sei capace di stare accanto a tua figlia anche adesso che è «diventata una ladra» e di conseguenza ne ha ancora più bisogno di prima?

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Se vuoi iniziare un percorso di counseling che ti potrebbe aiutare molto in questa situazione, chiama ora lo studio al numero 059 761926 e prenota il tuo primo appuntamento, concordando giorno ed ora della prima seduta con la mia assistente.

Naturalmente, se vivi e lavori lontano dalla sede dello studio – che è, a Vignola, provincia di Modena, in Emilia – ogni appuntamento potrà tranquillamente avvenire tramite uno dei sistemi di videoconferenza disponibili, o persino tramite telefono, se lo preferisci; ormai più della metà dei miei appuntamenti quotidiani sono videocall.

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Ti lascio adesso alcuni consigli e indicazioni finali che, a prescindere dal problema di oggi, ti possono sempre essere utili.

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counseling

Crescita personale: perché è necessaria in ogni fase della vita.

Si sente svolgere spesso, sia nel mondo analogico che in quello digitale dei sociale e di internet più in generale, la considerazione per cui «i figli imparano più dall’esempio che dai consigli e dalle indicazioni che vengono loro impartite».

È una massima di pedagogia in fondo condivisibile, a patto che sia ben chiaro che cosa si intende per «esempio».

Certamente, infatti, è vero che un figlio, uno studente o anche un praticante, per chi ad esempio va a bottega per imparare una professione, come avviene per gli avvocati e molti altri liberi professionisti, impara di più da quello che vede fare più che da quello che gli viene illustrato.

C’è tuttavia un importante aspetto da tenere in considerazione.

Se tu, sempre ad esempio, fai la raccolta differenziata e, mentre porti fuori la plastica per la raccolta porta a porta, imprechi contro il governo, il comune, l’azienda di smaltimento dei rifiuti che, dopo una giornata di lavoro, ti «costringe» ad un ulteriore sforzo, cui non dovresti essere tenuto perché paghi le tasse, sei un bravo cittadino e così via, che messaggio trasmetti a chi assiste alla scenetta?

Ovviamente, se tuo figlio ti sente imprecare, quello che interiorizza è che la raccolta differenziata è il male ed una cosa da fare il meno possibile. Oltre che il governo, il comune, l’azienda e in generale gli «altri» sono un altro male cui scampare il più possibile.

Quindi l’esempio non basta proprio.

Quante cose fai in una giornata controvoglia o senza convinzione?

Gli altri, compreso tuo figlio, anche quando non imprechi e non dici nulla se ne accorgono.

Noi siamo fatti di onde, trasmettiamo e comunichiamo moltissimo anche quando stiamo in silenzio.

Dunque, se tu odi certe cose, ma vorresti che tuo figlio le amasse, non è facendo finta di amarle che potrai trasmetterne il messaggio relativo, non potrai infondere amore per ciò che tu stesso odi nei tuoi figli, anche se ti limiti a non parlarne.

In conclusione, è vero che i figli e tutti gli altri apprendono tramite esempio, ma gli esempi devono essere autentici: quello che fai deve essere la proiezione di quello che sei o di quello in cui credi.

Ecco perché la crescita personale è irrinunciabile se si vuole essere buoni genitori, buoni fratelli, buoni amici, buoni professionisti. Se non c’è un vero scarto evolutivo verso l’alto, se rimani una persona involuta, non puoi trasmettere quello che non hai agli altri.

Ovviamente, ognuno di noi vorrebbe che i propri figli fossero migliori e avessero una vita migliore.

Quello che non siamo disposti ad accettare è che dobbiamo lavorare incessantemente su noi stessi perché solo migliorando noi stessi potremo avere qualcosa da dare a loro.

È inutile che mandi i tuoi figli a catechismo se non hai nel cuore una autentica adesione alla dottrina cattolica che permea tutti i tuoi comportamenti, i tuoi gesti e le tue parole; questo è solo un esempio e si potrebbe dire la stessa cosa del buddismo, del sufismo, dell’islam e così via.

Dunque, la crescita personale è irrinunciabile e non si può mai dismettere.

Come ha esattamente detto Erich Fromm, il compito dell’uomo è costruire se stesso ed è un lavoro che dura tutta la vita.

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Apparizioni / sparizioni.

Il ghosting non è un fenomeno sociale, o sociologico, come oggi si finge che sia, ma una semplice e pura manifestazione di maleducazione, oltre che di immaturità e una mezza dozzina di altri disagi.

Molto banalmente, quando ti avvicini ad una persona lo devi fare con delicatezza, ugualmente quando te ne allontani.

Non è certo una tragedia accorgersi che una persona é diversa da quella che ti sembrava, sono situazioni in realtà facili da gestire quando si dispone di un minimo di qualità dell’essere: empatia, compassione, autenticità, ascolto e così via.

Interrompere una relazione in modo tranchant, e magari finendo anche per bloccare l’altra persona, oltre che un gesto di profonda maleducazione e involuzione, é probabilmente una conseguenza del processo di assimilazione dell’uomo alle macchine, con adozione della logica binaria on/off, una cosa che a me, che sono e resterò sempre un umanista, fa letteralmente orrore.

Il ghosting é una cosa che non fanno nemmeno i bambini dell’asilo, né, tantomeno, i veri cattivi, che non si priverebbero mai del gusto e del piacere di mandare a stendere una persona in modi lenti, sofisticati, raffinati e spesso di persona.

Il ghosting é un’esclusiva dei veri deficenters.

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Manuale per l’uso delle ferite.

Le ferite non si possono mai «superare», come si pretenderebbe oggigiorno: quello che puoi fare al massimo é integrarle, cioè portarle dentro di te, renderle prive di ulteriore dolore e portatrici persino di qualità.

La così tanto inflazionata resilienza, infatti, non è mai congruente all’elasticità, perché quando risali dalla buca nella quale ti aveva sprofondato un trauma non sei mai «quello di prima»: sei uscito dalla buca, ma il trauma é rimasto dentro di te e non se ne andrà mai.

Come dimostra bene il mito di Chirone, di cui ho parlato nei giorni scorsi e che potrai andare a (ri)leggere sul meraviglioso blog storiemairaccontate-punto-it, ogni ferita, se ben integrata dentro te stesso, può renderti più umano, compassionevole, comprensivo e, in ultima analisi, utile agli altri.

La vita senza traumi, ferite o anche solo fastidi non esiste; come sempre la differenza la fa ciò che tu decidi di fare con le difficoltà che la vita ti presenta.

Ricordati – le scritture sono cristalline su questo – che il nostro buon Maestro non è stato portato da Satana nel deserto, ma dallo Spirito, cioè da Dio, suo e nostro padre, evidentemente perché era necessario per la sua evoluzione, per creare una versione migliore di lui.

Questo, per inciso, é il compito di tutti i padri anche oggigiorno: spingere i figli contro il mondo, a forgiarsi nel principio di necessità, di cui tanto ha parlato il sopravvalutato Freud, un compito in cui oggi, da madri che sembrano aver perso ogni forma di sapienza, i padri sono per lo più ostacolati.

Da tutto ciò consegue che delle tue ferite, della tua debolezza puoi essere sia grato, che orgoglioso, perché sono tutto ciò che ti rende più umano, più vero e più autentico.

Ovviamente, quando soffri sogni, come tutti, l’eternal sunshine of a spotless mind: se tu potessi cancellare anche il ricordo di una persona che ti ha fatto star male lo faresti subito, come nel film omonimo.

Ma la nostra esperienza su questa terra non funziona così, la vita ci manda difficoltà in continuazione, dolore, sofferenza e frustrazione, che noi dobbiamo risolvere ed integrare per diventare più grandi di loro, per arrivare a contenerli, perché solo questo ci consentirà sia di affrontarli di nuovo, qualora si dovessero ripresentare, sia di aiutare i nostri fratelli che hanno bisogno del nostro ascolto.

Come San Paolo, sii orgoglioso della tua debolezza, che é la qualità dell’essere da cui derivano tutte le altre, a partire dalla principale e cioè la consapevolezza di appartenere a Qualcuno, un tratto condiviso da credenti e innamorati, due condizioni in cui guarda caso ci ritroviamo quasi sempre ad essere finalmente ed inusitatamente felici.

Tutto ciò deve essere ben considerato anche dai genitori che, nella smania di proteggere i figli, li distolgono da tutte quelle difficoltà che sono indispensabili, al contrario, per farli crescere. Come disse la grande anima Gandhi, bisogna lasciare che i figli si scottino le dita.

Se una persona ti mostra le sue cicatrici e ti parla di esse, significa che vuole farti vedere la parte più intima e più autentica di sé: non accoglierla con fastidio, ma disponiti ad ascoltarla con profitto, perché molto probabilmente non sarà l’ennesimo incontro fine a se stesso.

Ascolta sempre.

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10 cose sul perché le relazioni oggi non vanno.

1) Non hai ricevuto alcuna formazione su come, ad esempio, puoi fare per far sentire amata una persona: la scuola ti ha preparato solo per il lavoro, non per la tua vita personale – questa è quella che io chiamo educazione per gli schiavi.

2) In molte relazioni, in quasi tutte, non c’è l’ascolto e, quando manca l’ascolto, manca anche una relazione autentica.

3) L’ascolto manca perché richiede una serie di requisiti che possono esserci solo in una persona con un livello evolutivo medio – alto: non giudizio, ascolto anche di ciò che l’altro non dice, rinuncia a capire o mentalizzare, focalizzazione mentale, disponibilità ad ascoltare anche argomenti sgradevoli.

4) Il modello con cui ti relazioni con gli altri é più quello competitivo che quello collaborativo, vuoi più apparire che essere, senza considerare che ciò é tipico di chi ha bassa autostima.

5) La ferita narcisistica che hai, che é in ognuno di noi, è spaventata dal raggiungimento di una vera intimità con l’altro: il narcisista non vuole una connessione autentica, ma solo un pubblico, peraltro sostituibile con altro pubblico, quindi fungibile – per lui non sei una persona unica: al tuo posto é uguale anche se ce n’è un’altra.

6) La scuola non ti insegna come gestire in modo funzionale le relazioni; ti potrebbe aiutare la grande letteratura del passato, che contiene la vera anima dell’uomo, ma tu, anziché leggere ad es. Anna Karenina, guardi demenziali serie TV americane woke dove mostrano relazioni di plastica, finendo tragicamente per credere che le relazioni funzionino in quel modo anche nella realtà.

7) Hai creduto alla gigantesca bugia, creata dalla politica per scopi di sfruttamento, dell’uguaglianza uomo e donna, quando maschi e femmine sono, tutto al contrario, fatti in modo opposto ed è impossibile gestire in modo anche solo minimamente adeguato una relazione con una persona dell’altro sesso senza tener conto di tale diversità, che poi é una ricchezza; corri a comprare e leggere il libro di John Gray!

8) Credi alle frottole degli «interessi comuni» e altre boiate del genere in cui sembrano credere tutti, ponendo per la tua relazione obiettivi stupidi, demenziali e irrealizzabili… Chesterton diceva invece

«mi riferiscono che si può divorziare per incompatibilità, se questo è vero mi meraviglio che non abbiano divorziato tutti, perché l’uomo e la donna fondamentalmente sono incompatibili e la sfida del matrimonio é proprio riuscire ad andare oltre quella incompatibilità».

9) Credi di poter restare innamorato tutta la vita, quando il periodo dell’innamoramento dura due anni, massimo due e mezzo quando contrastato, e, dopo, la relazione deve essere sostenuta da altro; prendi il libro dei 5 linguaggi dell’amore e studialo bene.

10) Ti lascio con un passaggio altissimo della grande letteratura: le relazioni sono una lotta e una sfida quotidiana, un mettersi in discussione costante, farsi piccolo per l’ascolto e grande per l’aiuto, un lavoro che si fa non per odio di quel che si combatte, ma per amore di quel che si protegge, come conviene a ogni buon cavaliere. Se una relazione finisce, o va in difficoltà, non attaccarti mai alla stessa, ma prendi congedo con queste parole dell’Enrico V di Shakespeare, dove c’è l’essenza di ogni relazione, da vivere sempre con mancanza di attaccamento:

«Chi per questa battaglia non ha fegato che parta pure: avrà un salvacondotto e denaro pel viaggio nella borsa. Non ci garba di morire in compagnia di chi ha paura di morir con noi».

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L’ascolto: serata conclusiva del corso di psicoastrologia.

Note dell’episodio.

Il 24 ottobre 2022 si è tenuta la ottava e conclusiva serata del corso di psicoastrologia del dr. Gianluca Ruggeri, mediatore familiare e psicologo clinico, cui sono stato invitato a partecipare per parlare sul tema dell’ascolto.

In questa prima puntata del podcast di «Terre dell’anima» la registrazione della serata fornita da una partecipante, che ringrazio di nuovo, grazie Genny!

Ti consiglio caldamente di ascoltare la puntata, anche se è naturalmente un po’ lunga (puoi sempre ascoltarla a velocità aumentata), perché io e Luca enucleiamo alcune idee molto importanti in tema di ascolto, che fanno parte da sempre del mio counseling:

  • ascoltare significa sentire anche quello che l’altro non dice, come insegna il grande Carl Rogers;

  • la prima cosa che bisogna rinunciare a fare per poter ascoltare è capire;

  • l’ascolto è tale solo se non giudicante, si ascolta con il cuore, non tanto con la mente;

  • l’ascolto è focalizzato e può essere prestato meglio da chi allena la propria attenzione con la meditazione;

  • l’ascolto può anche essere diretto interiormente alle nostre subpersonalità.

Riferimenti.

Conclusioni

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Cambia la tua vita con un tappo di sughero al collo.

Il tappo al collo.

Nel luglio 1941, la regia Marina italiana partì con una piccola, ma agguerrita e, come vedremo, ben istruita, flottiglia di natanti alla conquista dell’isola di Malta (operazione Malta Due).

Siccome sarebbe stato importante sorprendere il nemico, era
fondamentale che i marinai mantenessero il silenzio, senza gridare,
fare versi o anche solo parlare.

La geniale soluzione escogitata dai vertici della Marina italiana fu
di munirsi di spago e tappi di sughero con il quale appendere al collo
di ogni incursore appunto un tappo.

Confezionate le collane per ogni marinaio, fu impartito l’ordine
tassativo di andare alla conquista di Malta stringendo tra i denti il
tappo di sughero. Se fosse, per un attimo, caduto, sarebbe stato
sufficiente recuperarlo prontamente e riposizionarlo tra i denti, con
lo scopo ultimo di assicurare il mantenimento del silenzio.

La spedizione non andò bene, ma questa idea del tappo di sughero l’ho
mutuata per molte coppie in crisi nel mio lavoro di counselor e
mediatore familiare, dove tra i vari primi interventi di emergenza
faccio spesso fabbricare questa collana dell’ascolto, che uno deve
attivare quando l’altro comincia a parlare e disattivare solo una
volta che l’altro ha terminato.

Quello che manca in molte relazioni, non solo quelle di coppia, é
proprio l’ascolto e spesso non manca per differenze culturali,
mancanza di tempo, problemi cognitivi o altro, manca proprio perché
uno semplicemente non ascolta, preferisce interrompere l’altro, sempre
troppo presto, per dire la sua.

Magari penserai che in fondo é normale, oggi va così, il mondo é un
turbinio, io cervello é una sfoglia di cipolla e via cazzeggiando, ma
io ti dico che senza ascolto non c’è relazione.

Senza ascolto non c’è relazione, su questo non ci sono cazzi.

Qualsiasi relazione: genitori figli, fratelli, amici, coppia e persino
umano animale.

Se ognuno dei due poli della relazione non è, tendenzialmente in
qualsiasi momento, disposto a farsi piccolo e a lasciare entrare le
emozioni dell’altro, per ascoltarlo e finire così a fargli compagnia
nelle sue stesse emozioni (compassione), stabilendo così quella
connessione che é l’unica cosa che serve ad affrontare i problemi,
allora quella relazione non è autentica: quella relazione,
semplicemente, non é.

Oggi, il 90% delle relazioni non sono autentiche.

Per questo i matrimoni non durano, i figli non ci corrispondono e
spesso li sentiamo come estranei, venendone ricambiati, le amicizie
sono di plastica, le donne sono solari e, generalmente, siamo meno
felici di quello che eravamo un tempo, sia come individui che come
generazione.

Possiamo fare in modo che le relazioni tornino ad essere autentiche e
il primo passo per andare in questa direzione é aprirci all’ascolto.

C’è un prezzo da pagare, ma ne vale la pena.

Legati un tappo di sughero al collo appena possibile e non avere paura
di usarlo tutte le volte in cui ti servirà.

Conclusioni

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