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Non puoi servire due padroni.

É evidente che un figlio non è né un obbligo, da un lato, né un diritto, cosa che spesso nella società contemporanea dissimula un vero e proprio capriccio, dall’altro.

Avere figli é un dono meraviglioso.

É una cosa molto importante, perché una delle leggi dell’anima e dell’universo é che la vita premia sempre la vita: più crei, più aiuti e più ricompense riceverai.

La vita premia sempre chi aiuta la vita.

Quando metti al mondo un figlio, generi un essere che prima non esisteva e che é destinato a vivere in eterno, quindi realizzi il gesto creativo più vasto possibile per un uomo e ti apri alla vita nel modo più ampio.

Che cosa c’è che non va allora nel discorso della Mennuni, che ha detto che lo Stato deve operare per fare di nuovo apprezzare alle donne la bellezza della maternità?

Se chiedi a me, non c’è davvero nulla che non vada. Ha ragione al 100%. Anzi, non solo ha ragione ma ha fatto un discorso estremamente opportuno.

Allora perché tante reazioni così isteriche, come se avesse detto che le donne devono suicidarsi in massa o sottoporsi tutte a
infibulazione?

Chi vive in cattività, cioè la maggior parte delle persone in Occidente oggi, mal sopporta la bellezza e chi gliela vorrebbe mostrare, perché lo mette di fronte al suo fallimento, alle sue inadeguatezze e, alla fine, alla bruttezza della sua vita.

Quando conduci un’esistenza piena di ombre, arrivi a detestare la luce che le fa risaltare ancora di piu, esattamente come un vampiro, una creatura dell’oscurità, inizia ad agitarsi, smaniare ed urlare quando viene attinto dal sole.

Oltre a ciò, un altro motivo di tanta isteria é il fatto che il discorso della Mennuni strappa le donne dall’ennesima illusione al cui interno si erano messe a vivere e le fa sentire, in molti casi, in colpa, anche se di questo probabilmente molte non hanno una precisa consapevolezza.

Una delle tante gigantesche balle che ci hanno raccontato é che una donna possa fare egregiamente due lavori al tempo stesso: quello di mamma e quello di lavoratrice fuori casa.

Purtroppo, questa è una balla colossale.

Però molte donne, quasi tutte, ci hanno voluto credere e tornare alla realtà è molto doloroso.

La realtà è che non puoi servire due padroni: o ti occupi della casa, dei figli e della famiglia o vai a lavorare fuori casa.

La boiata per cui la donna deve avere la sua «indipendenza» é appunto una boiata senza senso, sia perché a fare fatture e bolle per 1200€ al mese quando ne paghi 600€ di asilo e 2/300 al mese di food delivery non raggiungi nessuna indipendenza, sia perché ci sono mille altri modi per organizzare economicamente una famiglia in modo che la donna, in caso di scioglimento della stessa, sia adeguatamente tutelata – questo lo dico anche come avvocato.

La realtà è, come ha detto C.S. Lewis, che il vero lavoro, il lavoro più importante, é quello della maternità e tutti gli altri lavori servono a mantenere, sorreggere e rendere possibile quello, perché nei figli c’è – e questo vorrei capire come uno potrebbe fare a negarlo – il nostro futuro.

A me non frega assolutamente un razzo se la stazione spaziale é pilotata da una donna, forse potrebbe essere addirittura un eccellente esempio per illustrare la vastità del razzo che a uno può fregare.

Mi interessa molto di più che i nostri figli stiano con le loro mamme, anziché venire sbattuti nei nidi a sei mesi, e che queste mamme siano tranquille, serene, centrate perché contente della loro scelta di occuparsi della famiglia e perché sostenute da bravi e degni uomini.

Nel parlare della bellezza di progetti del genere, sui quali il mondo per inciso si è retto per milioni di anni, non c’è ovviamente alcun giudizio per chi del tutto legittimamente sceglie di non avere figli.

Il giudizio è solo per quei depensanti che vorrebbero impedirti di dire una cosa semplicissima cioè quanto é meraviglioso avere un figlio e potersene occupare a tempo pieno e – addirittura – avere come «capo» il proprio marito anziché il marito di un’altra che ti trovi come capufficio.

Voi fate come volete, ma nessuna donna, come nessun uomo, può fare bene due lavori, perché le ore del giorno sono sempre 24, non ci sono razzi.

Potete gasarvi finché volete, farvi complimentare da altri dementi sui social, arrabattarvi, sgomitare e arrampicarvi sugli specchi, ma non potrete mai servire bene due padroni: dovrete sempre scegliere, in qualche modo, tra la famiglia e il «lavoro» fuori dalla stessa.

Questa è una realtà oggettiva, non è colpa della Mennuni che ha al massimo la «colpa» di avervi tirato fuori per un attimo da quel mondo di illusioni in cui voi donne tendete a vivere e in cui state precipitando sempre di più – considerato che, coi maschi depotenziati di oggi, ci sono sempre meno persone disposte a ricordarvi che ore sono davvero.

Ecco perché le reazioni sono così isteriche ed esagerate, perché in fondo la Mennuni ha solo ragione, ma si è fatta latrice di una verità che oggi molti non sono o non sono più in grado di affrontare.

Ma se non siamo in grado di capire cose elementari come queste dove vogliamo andare come società?

Torna al ragoût 🍲 appena puoi.

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Come si diventa counselor?

Ricevo molte richieste su come sia possibile diventa counselor e, soprattutto, su come si possa capire se, per se stessi, possa essere una buona idea.

A queste domande, soprattutto alla seconda, ci sono tante possibili risposte.

Una delle più interessanti, a mio giudizio, riguarda il rapporto che abbiamo con il dolore e la sofferenza altrui.

Sei, ad esempio, una persona che quando un amico o un familiare inizia a parlarti di un suo problema, lo interrompe, non vede l’ora che cambi discorso, si sente molto a disagio e vorrebbe, se solo fosse possibile, andarsene?

Oppure, viceversa, non hai problemi a stare accanto a persone che si trovano nella sofferenza?

I counselor sono di tanti tipi. Uno di essi è quello delle doula della morte, ad esempio: counselor che stanno accanto alle persone che stanno morendo.

Che cosa si fa di fianco ad uno che muore?

Se ti poni questa domanda, sei già un po’ fuori strada, perché in quelle situazioni non si fa niente, semplicemente si è (accanto).

Ma chi vuole stare di fianco ad un morente?

Anche questa è una domanda poco funzionale.

Una domanda che puoi farti é invece questa: quando verrà il mio momento, vorrò morire da solo o vorrei, invece, che ci fosse qualcuno accanto a me?

Lascia affondare tutte queste domande nella tua anima e cerca di ascoltare le sensazioni che provi.

Un counselor non è lì per risolvere, non deve mai dare consigli, può solo ascoltare e aiutare la persona a risolvere «da solo» le proprie situazioni, applicando il metodo della maieutica.

Il counselor capisce subito qual è il problema della persona che si trova di fronte, ma non glielo dice, perché non servirebbe a niente e perché… lo sa bene anche la persona stessa.

Anche la persona, infatti, conosce la verità, ma il punto é che non è ancora pronta per viverla.

Il counselor la aiuta ad arrivare in una situazione in cui finalmente potrà usare le tante verità che ha capito mesi o anni prima.

Un counselor non deve solo accettare la sofferenza dell’uomo ed esser capace di starle accanto così come se si trattasse di un qualsiasi altro stato emotivo.

Il counselor accetta anche la insensatezza, la contraddittorietà e le ombre, i lati negativi, degli uomini con cui entra in relazione e, più in generale, dell’uomo come realtà.

Non diventare mai counselor, invece, se vuoi continuare a pensare che tutti gli uomini siano buoni, coerenti, grati, riconoscenti, civili e così via.

Diventalo solo se ami talmente tanto l’uomo, se sei così
autenticamente curioso di conoscerlo, da accettarlo con i suoi grossi limiti, le sue manchevolezze e inadeguatezze.

Diventare counselor é un percorso evolutivo che ti porterà ad essere più forte nello spirito.

Quella maggior forza la metterai al servizio degli altri, ma anche di te stesso, perché chi illumina la strada altrui si ritrova sempre illuminata anche la propria.

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Ipocrisia e verità: quali sono i valori davvero in ballo a riguardo?

DOMANDA – l’ipocrisia: ieri, oggi e domani. Le sue sfaccettature in base allo status sociale. Com’è percepita uomo/donna. E, rispetto al ns territorio.


RISPOSTA – L’ipocrisia oggigiorno è un tema difficile perché in linea di principio tutti sono ossessivamente focalizzati sul dichiarare di detestarla e di esserne privi, mentre in realtà la praticano pressoché in ogni momento della loro vita.

Probabilmente, va annoverata nel catalogo delle nostre «ombre», lati generalmente considerati negativi della personalità umana di cui in realtà abbiamo bisogno, come l’aggressività, l’odio, l’indifferenza e così via.

Quello che c’è da dire in generale riguardo alle nostre ombre è che esse fanno parte di noi «per design» e non c’è niente di più sbagliato di pensare di eliminarle del tutto: il lavoro di crescita ed evoluzione deve essere diretto esclusivamente ad avere quelle consapevolezze che servono per usarle solo quando servono e non in altri contesti. Ad esempio, è inutile diventare aggressivi con un amico, mentre lo può essere con un nemico, mentre ad esempio si sta combattendo una battaglia.

Il tema dell’ipocrisia è presente in letteratura in abbondanza, tutte le commedie di Oscar Wilde giocano sul prendere in giro l’ipocrisia britannica della società di quel tempo. Una commedia che sicuramente potresti andarti a rivedere, o rivedere una delle trasposizioni cinematografiche realizzate in seguito, è «L’importanza di chiamarsi Ernesto», titolo mal tradotto dall’originale inglese che è «The importance of being Earnest», che, appunto nell’originale, gioca sull’ambivalenza del termine «earnest», che è sia un nome proprio di persona che un aggettivo che significa appunto «onesto», cioè privo di ipocrisia.

Molto più recentemente c’è un film da vedere assolutamente, «Il primo dei bugiardi», commedia ambientata in un mondo irreale dove la menzogna è sconosciuta e il protagonista, quasi per caso, ne scopre il potere, che, in quel mondo, è del tutto particolare, dal momento che, non essendoci nessuno abituato a mentire, tutti lo prendono sul serio anche quando dice le cose più improbabile, come quando ferma una completa sconosciuta per la strada e la convince a fare l’amore con lui dicendole che se non lo farà l’intero mondo finirà… Ci sono scene molto esilaranti, come quella in cui sempre il nostro protagonista va a prendere una donna per una serata a cena fuori, è un po’ in anticipo, si scusa e lei risponde con nonchalance «Oh niente, mi stavo solo masturbando». Una commedia da vedere, perché fa riflettere molto sul tema.

Oggigiorno la presunta assenza di ipocrisia è spesso una scusa o un pretesto per comportarsi da maleducati.

Una volta mi è capitato di scrivere che «Io dico sempre quello che penso» è il verso di un narcisista che fa outing, cioè rivela se stesso, perché mette se stesso e la sua presunta superiorità etica e morale sopra a tutti gli altri che, se anche poi si offendono, non ha alcuna importanza: l’unica cosa importante è che «lui» (o lei) abbia «detto la verità».

È evidente che «dire sempre quello che si pensa» non è certo un obiettivo raccomandabile, essendo molto più opportuno, sia oggigiorno che in tutte le epoche dell’uomo, comprese quelle future, il suo esatto opposto, cioè pensare a quello che si dice.

Sempre restando in «letteratura», ti lascio con un clip veloce estratto dalla meravigliosa serie del Dr. House, che, se ricordi, aveva come pay off proprio la frase «tutti mentono». Puoi visualizzarlo qui, nel canale YouTube di «terre dell’anima» al quale ti invito ad iscriverti per ricevere le notifiche di tutti i nuovi video.


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