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Tu sì che sei speciale…

La saggezza dei social – che é la classica saggezza del mondo, solo con, se possibile, ancora più demenza – ti dice di mandare a stendere tutti quelli che ritieni non ti rispettino o considerino adeguatamente, persone che magari non hanno alcuna colpa, ma semplicemente non si relazionano con te nel modo in cui tu, unilateralmente, hai deciso che dovrebbero.

Tutto all’opposto, quello che ti dico io é che, se vuoi vivere bene, la grande opportunità é proprio quella di rinunciare a mandare a stendere persino quelli che davvero se lo meriterebbero.

Le erbe infestanti, questo ce lo insegnano chiaramente le scritture, non le togli subito, appena le vedi, ma solo al momento del raccolto, perché il punto é che fino ad allora possono cambiare e diventare erbe buone.

Perdonando gli altri non regali niente a nessuno, perché, anche se oggi tendi a dimenticartene del tutto, anche tu sei stato, sei e sarai continuamente perdonato per i tuoi limiti e le tue manchevolezze.

Per la negazione del perdono invece, é necessaria, di solito, la convinzione delirante di essere migliore. Che gli altri sbagliano, ma tu invece, tu sì che sai sempre come comportarti. Tu sì che sei speciale: basterebbe che gli altri vivessero e facessero come fai tu e il mondo sarebbe molto meglio, per tutti.

Non c’è mai stata un’epoca in tutta la storia dell’uomo in cui ci si potesse permettere meno di oggigiorno di mandare a quel paese le persone, perché le persone sono involute, le relazioni delicate, ma noi continuiamo ad avere bisogno gli uni degli altri.

Quello della totale ed assoluta indipendenza è un altro delirio e mi dispiace vedere così tante donne, che hanno bisogno di relazioni quasi più che del pane, esserne oggi avviluppate.

É vero, il materiale umano oggi è molto scadente, quello che passa il convento lascia tanto a desiderare, ma se, per ciò stesso, rinunci a relazionarti é finita e avranno vinto le forze che operano contro l’uomo.

Il primo passo é semplice: sostituire al giudizio il suo contrario, cioè la… – dimmelo tu nei commenti.

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counseling

Persone tossiche: la corsa a eliminarle.

In quel tempo, Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.» (Mt 18,21-35)

Nella tua smania di procedere ad eliminare le «persone tossiche», applicando gli ultimi slogan motivazionali che hai trovato sui social, ricordati ben sempre che ogni persona ha qualcosa di tossico o, per meglio dire, disfunzionale, compreso te stesso.

Se la pulizia del tuo sistema relazionale significa espungere tutte le persone che qualche volta non ti hanno ascoltato, ti hanno fatto sentire inadeguato, non sono state disponibili o ti hanno offeso, allora preparati a ritrovarti completamente da solo entro pochi mesi al massimo, cosa che rappresenta il vero scopo delle convinzioni disfunzionali e demenziali oggi dominanti.

Le relazioni non sono oggetti che si buttano quando hanno dato cattiva prova, salvo casi estremi, ma situazioni sulle quali si può lavorare in ogni momento. Buttare una relazione appena c’è in essa qualcosa che non va è consumismo e capitalismo hard core applicato agli esseri umani: non va bene!

In ogni relazione disfunzionale c’è qualcosa di buono, come insegna la storia di A child called it, di David Pelzer, cui consiglio a tutti di dare un buon ripasso.

Soprattutto, quando pensi di non poter perdonare gli altri, hai considerato che il primo ad essere stato perdonato, o comunque ad aver bisogno di esser perdonato, a volte, sei proprio te stesso?

Il cristianesimo ti insegna a perdonare mentre la satanica modernità, tutto all’opposto, ti insegna a serbare rancore per sempre, ma se segui la dottrina di Cristo avrai relazioni soddisfacenti e felici, in cui ognuno dei due protagonisti accetta se stesso e l’altro con tutti i suoi limiti, difetti e inadeguatezza, se, invece, segui gli insegnamenti del mondo ti troverai presto solo col tuo livore.

Pensaci.


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counseling

15 cose sul perdono

  1. Il perdono è un concetto che si riferisce alla rinuncia a pretendere una punizione o a nutrire sentimenti di rancore o vendetta verso qualcuno che ci ha fatto del male.
  2. Il perdono può essere un processo emotivo e psicologico complesso, che richiede tempo e impegno.
  3. Il perdono non significa dimenticare ciò che è accaduto, né giustificare il comportamento di chi ci ha fatto del male.
  4. Il perdono può essere offerto anche se la persona che ha commesso il torto non chiede scusa o non mostra pentimento.
  5. Il perdono può essere visto come un atto di forza e di coraggio, poiché richiede il superamento delle proprie emozioni negative e del desiderio di vendetta.
  6. Il perdono può aiutare a liberare le emozioni negative, come la rabbia e il risentimento, e a ridurre lo stress e l’ansia.
  7. Il perdono può migliorare le relazioni interpersonali e aiutare a ricostruire la fiducia e l’intimità.
  8. Il perdono non implica necessariamente il ritorno alla relazione precedente con la persona che ha commesso il torto.
  9. Il perdono può essere un processo personale, ma può anche essere una scelta sociale, come ad esempio nel caso del perdono collettivo, in cui un intero gruppo rinuncia a richiedere giustizia per eventi del passato.
  10. Il perdono può avere una dimensione spirituale o religiosa, e può essere visto come un atto di fede o di obbedienza ai principi spirituali.
  11. Il perdono può essere una scelta consapevole o inconscia, e può essere influenzato da fattori come la personalità, il contesto culturale e il supporto sociale.
  12. Esistono diverse tecniche e strategie per aiutare a perdonare, come ad esempio la riflessione sui propri valori e sui benefici del perdono, la pratica della gratitudine e l’espressione delle proprie emozioni.
  13. Il perdono può essere difficile soprattutto in caso di ferite profonde o di abusi gravi, e può essere necessario il supporto di un professionista della salute mentale o di una figura di riferimento spirituale.
  14. Il perdono non è un processo lineare e può comportare dei passi indietro o delle ricadute.
  15. Il perdono è una scelta personale e non tutti scelgono di perdonare in tutte le situazioni. Ci sono alcune situazioni in cui il perdono può non essere possibile o appropriato, come ad esempio in caso di abusi gravi o di violenza. In questi casi, può essere più utile per la propria salute emotiva e mentale concentrarsi sulla propria guarigione e sulla costruzione di nuove relazioni sane.
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counseling

Giudicare: anche oltre la morte.

Ci sono persone, purtroppo per loro, in cui il vizio velenoso del giudizio non viene meno nemmeno di fronte alla morte, che, invece, come tale restituisce a tutti l’innocenza, qualsiasi cosa possano aver fatto in vita.

Provo compassione per chi é talmente presuntuoso da non riuscire a smettere di giudicare nemmeno di fronte alla morte, perché il giudizio è un veleno potentissimo per l’anima di chi lo pratica.

L’uomo di oggi ormai fatica sempre di più a capirlo, ma il non giudizio, il perdono, sono gesti che si deve meritare chi li pratica, non, invece, chi ne é destinatario, che rispetto ad essi rimane molto meno interessato.

Chi si infarcisce di giudizio in questo modo, finirà per usare lo stesso metro di valutazione anche quando, poi, si volterà indietro per considerare se stesso, finendo ulteriormente per vedersi sempre e costantemente inadeguato.

Il giudizio è come un paio di occhiali che inforchi: una volta che te li sei messi, vedi tutta la realtà attraverso di essi.

Ecco perché una delle prime mosse strategiche che suggerisco alle persone che seguo nella mia pratica di counseling, per aumentare la cosiddetta autostima, é proprio quella di cercare di smettere di giudicare, sostituendo al giudizio il suo contrario, cioè la compassione.

Chi non riesce ad essere compassionevole rispetto ad un uomo che é già morto si trova ad uno stadio evolutivo particolarmente basso e si trova ad avere molto più lavoro da fare a riguardo.

Purtroppo, spesso queste persone possiedono importanti disfunzioni a livello di consapevolezza, finendo per percepirsi persino eticamente superiori agli altri per il fatto di avere un giudizio che si estende «oltre la morte» e per il fatto di «non dimenticare», facendo un vanto delle proprie magagne e rendendo così l’inizio del lavoro su di sé ancora più difficile. Questo purtroppo é inevitabile quando ci si trova ad un basso livello evolutivo, dove tutto e più confuso e un vero discernimento é difficile.

Ascolta sempre il tuo cuore.

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cinema

15 cose sul film Tapirulan.

1) Il dialogo chiave del film é:

– «Ma perché ci dobbiamo difendere da chi amiamo?»

– «Perché é solo chi amiamo che può farci del male»

2) Finalmente un film che parla del counseling, così forse le persone smetteranno di chiedermi sempre che cos’è 😂, anche se ciò che viene mostrato nel film non è vero counseling per diversi aspetti.

3) La counselor usa troppo spesso la parola «devi» con i suoi «clienti», fornisce consigli anziché limitarsi a fare domande, non fa le domande che sarebbero funzionali per i clienti, che a me invece durante la visione venivano in mente a dozzine, le sessioni sono troppo brevi e superficiali – naturalmente al cinema non si poteva fare diversamente, é un adattamento.

4) Quello che invece è piuttosto genuino é il «parco disturbi» di cui soffrono i vari clienti che si susseguono, che é più o meno quello che affronta settimanalmente un vero counselor.

5) Genuina é anche la ferita che, sin dalle prime battute, si vede essere presente anche nella counselor stessa e i gravi problemi relazionali della medesima; parlo spesso di questo: sono le nostre ferite, se abbiamo saputo integrarle, che ci rendono in grado di aiutare gli altri, non tanto i diplomi e gli studi.

6) Sul valore fondamentale delle ferite per poter aiutare gli altri, vai a leggere la storia di Chirone sul blog www.storiemairaccontate.it e, con l’occasione, iscriviti al blog per ricevere una nuova, fondamentale storia alla settimana, al venerdì pomeriggio.

7) La counselor protagonista del film, che vive perennemente camminando o correndo come un criceto su una ruota di fronte ad un pannello di vetro gigante, che sembra un gigantesco cellulare, tramite cui cerca di aiutare sia gli altri che se stessa é una grande metafora dell’uomo contemporaneo, delle sue nevrosi e delle sue miserie, soprattutto relazionali.

8) La pellicola sin dall’inizio trasmette una sensazione
claustrofobica, di angustia, di costrizione in ambienti chiusi, nei quali il mondo reale filtra solo mediante il monitor posto davanti al tapis roulant dove corre la protagonista o dalle finestre della casa, sempre come un qualcosa di lontano e poco raggiungibile, anche quando distante solo poche decine di metri.

9) La counselor protagonista offre la sensazione di una persona che conduce una vita insolita, che però oggigiorno é condivisa da tanti, non si capisce bene per quale motivo, e che tenta in qualche modo di restare a galla o respirare in un mondo per lei difficile, pertanto suscita fin dai primi minuti più un sentimento di compassione che di ammirazione, nonostante un commento sonoro che sembrerebbe voler essere celebrativo e che finisce per rendere ancora più stridente il contrasto.

10) Nel film sono tutti nevrotici, persino il «supervisore» della counselor che, mentre parla, stringe con la mano una pallina antistress, non vengono mai mostrati personaggi significativi in pace con loro stessi, centrati, sereni: tutti sono ansiosi, apparentemente come condizione perenne.

11) Si parla spesso di empatia, una qualità essenziale di ogni counselor, ma sul concetto si gioca anche, ricordando a riguardo un po’ il lavoro dello scrittore Philip K. Dick (sì, quello di Blade Runner) e mostrando limiti evidenti che i counselor non hanno nella realtà: la protagonista si fa aiutare da un sistema di «emotive tracking» a capire lo stato emotivo dei suoi «clienti» – una macchina le deve dire come stanno le persone con cui parla a monitor, insomma…

12) Dove il film delude é, come troppo spesso accade col cinema italiano, che sembra mutuare i difetti dagli sceneggiati tivù più scadenti, nell’aver infilato diversi luoghi comuni, come quello del marito cattivo che devasta di botte la moglie credulona (in 25 anni di attività come divorzista non ho mai visto un caso del genere, viceversa ho assistito a migliaia di gravi cattiverie da parte delle donne) e come quello del gay che viene malmenato (il cinema italiano é letteralmente passato dal portiere d’albergo gay dei cinepanettoni all’omosessuale menato perché è tale: c’è la coerenza di rimanere sempre e comunque lontani dal reale).

13) La delusione più grande é comunque il finale dove il tema del perdono, che é un aspetto fondamentale e centrale di ogni pratica di counseling, viene trattato con sciatteria, superficialità e quasi evitato, quando invece si sarebbe potuto davvero far meglio.

14) Tapirulan è un film dove tutti i personaggi positivi sono femminili, oppure maschi omosessuali, mentre quelli maschili etero sono tutti negativi: uno ha investito e ucciso un ragazzo e non si è fermato, un altro ha omesso di andare a prendere la figlia che così é salita sul motorino di un’amica andandosi a sfracellare, un altro ancora picchia la moglie, il padre della protagonista violenta la figlia.

15) Il pregiudizio verso i maschi é tanto fitto da tagliarsi col coltello. Il mio counseling per gli autori di Tapirulan sarebbe rivolgere loro queste domande:

  • come mai oggigiorno i maschi sono sempre cattivi, violenti, degenerati e le femmine poco meno delle sante?

  • c’è stato nella tua vita un maschio importante per te: un padre, un nonno, un fratello, uno zio, un insegnante che ti ha aiutato e dato una mano?

  • qual é il valore dell’arte e della commedia nella formazione dell’immaginario collettivo e nel benessere spirituale delle persone?

  • é importante secondo te che le persone stiano attente a quel che si mettono in testa, oltre che a quello che si mettono in bocca?

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